Questo sito - dedicato ad Emanuele – ha visto la luce nel mese di settembre del 2010 con l’ intenzione di farlo crescere poco alla volta - vista la vastità e complessità del materiale in possesso alla Associazione - con inserimenti pressoché mensili di materiale documentale storico, inizialmente scannerizzati ed in seguito immessi in rete. Avevo deciso di inserire nel corrente mese di aprile la scannerizzazione completa del libro “Padre Pio da Pietrelcina”, in assoluto il primo libro scritto sul santo monaco stigmatizzato, il cui titolo riprende semplicemente il Suo nome e che fu scritto e fatto editare da Emanuele ( sotto lo pseudonimo di Giuseppe De Rossi) il 21 aprile del 1926. Un libricino dalle modeste dimensioni di 19 x 13 x 1 cm. , di 140 pagine, ma il primo di una lunghissima e sterminata serie, che si è ininterrottamente estesa sino ai giorni d’oggi, e stampato da un editore e scrittore cattolico di quei tempi, coscienzioso e oltremodo coraggioso : Giorgio Berlutti di Roma. Il passo successivo sarebbe stato un breve e succoso sunto dell’opera “Lettera alla Chiesa”, edita a Leipzig nel 1929 dalla tipografia Spamersche Buchdruckerei, ma alla fine di marzo ho avuto modo di leggere su un quotidiano a grande tiratura nazionale la notizia della presentazione di un nuovo libro dal titolo “Oboedientia et Pax – la vera storia di una falsa persecuzione “ dell’autore Stefano Campanella, direttore di Tele Radio Padre Pio. La presentazione è avvenuta il 22 marzo, presso la Sala Marconi della Radio Vaticana da parte del cardinale Angelo Amato (Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi) e dal professor Gian Maria Vian, direttore dell’”Osservatore Romano”. Come emerge dalla sintesi di presentazione, “… non vi fu alcun atteggiamento persecutorio da parte di Papa Giovanni XXIII nei confronti di Padre Pio da Pietrelcina. Anzi, rispetto alle calunniose e pesanti accuse nei confronti del Cappuccino stigmatizzato giunte al Santo Uffizio e riferite al Pontefice, i provvedimenti presi rivelano una benevola predisposizione nei confronti del frate e la fiducia delle testimonianza a Sua difesa …” Una “benevola predisposizione” in effetti è quasi sempre emersa da parte di papa Roncalli nei confronti di Padre Pio da Pietrelcina, tant’è che anche quando scoppiò lo scandalo dei registratori Minifon trovati nella cella adiacente a quella del frate stigmatizzato ed in altri locali del Convento di Santa Maria delle Grazie (grazie alla celebre e famosa inchiesta che l’ “Europeo” pubblicò nel numero 45 del 5 novembre 1961), il Pontefice ebbe a dichiarare davanti ad un attonito monsignore che lo portò a conoscenza del “fattaccio”: “Dite a quei signori che loro hanno fatto la pastetta e loro se la mangino”. L’ “Osservatore Romano” di allora ritenne quella notizia come “scandalistica, falsa e calunniosa” e quello odierno gli tiene ancora il “lumicino”, adottandone i medesimi criteri di giudizio. E’ mio modesto parere che sarebbe stato più conveniente e saggio tacere - allora ed oggi – ma visto che è consolidata abitudine quella di affermare senza dimostrare, vado direttamente al sodo :

Nella primavera del 1960 sono stati realmente installati e collocati dei microfoni Minifon, nel confessionale e nella cella di Padre Pio. Consulenti ed autori materiali di questa sacrilega ignominia furono don Terenzi, parroco del Divino Amore di Roma ( poi promosso monsignore), padre Emilio da Matrice,frate Giustino da Lecce e frate Masseo. Padre Emilio da Matrice era il guardiano del Convento di San Giovanni Rotondo (quando vennero installati ed utilizzati i microfoni e i registratori Minifon), ma non li controllava direttamente, bensì li lasciava utilizzare a frate Giustino e a Frate Masseo, all’interno del Monastero di Santa Maria delle Grazie : il suo compito specifico era l’applicazione degli ordini draconiani che restringevano sempre più la libertà di Padre Pio. Lo faceva con uno zelo ed una ubbidienza esemplare, ma fu superato e surclassato dal suo successore, il ben noto padre Rosario da Aliminusa, compatriota e difensore dei scandalosi frati di Mazzarino, e quando fu poi scoperto l’affare dei microfoni, padre Emilio – su proposta del Visitatore Apostolico monsignor Carlo Maccari – fu deposto dalla sua carica ed allontanato da San Giovanni Rotondo. Il Padre veniva quindi spiato ed “intercettato” in maniera nascosta e subdola, per dare credito ad alcune falsità che circolavano sulla cattiva amministrazione della “Casa Sollievo della Sofferenza”, per operare poi in modo da “colmare i vuoti” lasciati dall’affare Giuffrè. Don Terenzi infatti ( che da anni frequentava il Convento di Padre Pio) dapprima propose ai frati della provincia foggiana di voler “aggiustare ogni cosa”, chiedendo il 25-30% delle offerte che pervenivano a Padre Pio, per devolverle poi all’Ordine dei Cappuccini. Ovviamente Padre Pio non accettò, e si pensò quindi di vincere la Sua ferma e decisa resistenza, cercando di intercettare qualche segreto e qualche conversazione attraverso i microfoni installati nel confessionale e nella sua cella. Una volta Padre Pio, accortosi di alcuni fili che erano stupidamente scoperti e visibili, cercò di tagliarli con un coltellino che portava sempre appresso : la lama – dalla scarica elettrica che si generò – venne danneggiata, e di questo abbiamo la prova fotografica, apparsa nella prima pagina del numero 340 - Anno XIX - del quotidiano “Il Tempo”, il venerdì 28 dicembre del 1962. Queste sacrileghe installazioni avvennero con il beneplacito della Curia Generalizia, grazie all’opera di padre Bonaventura da Pavullo, definitore Generale, ed era una ennesima e fraudolenta attività che si inquadrava con l’altra – più vasta – concretizzatasi nella violazione anche del segreto epistolare, sempre nell’affannosa ricerca di qualche documento che potesse trovarsi nelle carte lacerate -abbandonate e gettate nel cestino della carta straccia - da parte di Padre Pio, che era perennemente controllato, anche in questo frangente!

Il primo a scoprire l’esistenza di questi magnetofoni e a denunciare le registrazioni delle confessioni è Padre Pio, e l’Arcivescovo di Manfredonia ( Monsignor Andrea Cesarano) è il primo a saperlo dallo stesso frate che – appena scoperta l’infame manovra – gli dice : “ Vedi cosa mi fanno i miei stessi fratelli !” Lo stesso monaco stigmatizzato pietrelcinese confida poi il fatto anche al commendator Angelo Battisti, amministratore della Casa Sollievo della Sofferenza nonché al sindaco di San Giovanni Rotondo, il cavalier Francesco Morcaldi. Un alto prelato del Vaticano successivamente tentò di confortarlo dicendogli : “Padre, non sanno quello che fanno” e il frate invece gli rispose: ”Sanno quello che fanno”.

Pubblico, ad edificazione e prova di quanto detto, la lettera inviata da padre Bonaventura da Pavullo a Padre Giustino da Lecce, nella prima decade del mese di luglio del 1960 :

“Ave Maria Curia Generale dei frati minori Cappuccini; Roma, 10 –VII - 60 Per conoscenza al R. mo Don Terenzi

Padre Giustino carissimo, in un incontro avuto in questi giorni, il sottoscritto col M. R. P. Provinciale ed il R.mo e carissimo Don Terenzi e con l’approvazione del R. mo P. Generale, si è stabilito : 1) che V. P. continui l’ardua e delicata impresa di raccogliere tutto il materiale documentario possibile, con segretezza, discrezione e sovrannaturale intenzione come lodevolmente ha fatto sin qui; 2) che in questo lavoro sia coadiuvato dal P. Daniele e da fr. Masseo in piena fraterna unione di intenti e di serafici sensi, con l’esclusione di qualsiasi altro, fosse pure caro e fidato : perché anche i muri hanno orecchie! e per questo non se ne faccia parola con nessuno per quanto familiare e santo; 3) che tutto venga fedelmente inviato o a mano ( quando se ne presenti l’occasione) o per plico raccomandato spedito da Foggia, al sottoscritto, qui a Roma; 4) che s’intensifichi la preghiera ed il sacrificio perché trionfi solo il bene: a gloria di Dio, onore dell’ Ordine ed a salvezza delle anime, specie di Quella a noi carissima. La benedico coi fidi ed eroici collaboratori. In Gesù e Maria , suo f. Bonaventura”.

… quella dell’ 11 luglio 1960, spedita da Padre Amedeo ( Provinciale Cappuccino) a padre Giustino :

“Campobasso, 11 luglio 1960. Carissimo Padre Giustino, non si offenda il Padre Emilio ( ndr: Guardiano del Convento di S. G. Rotondo) se scrivo a te : è per l’obbligato recapito. Sono tornato ieri notte da Roma. Laboriosissima giornata di colloqui. Martedì 19 sarò a Serracapriola. Nella stessa serata o al massimo mercoledì mattina vieni da me e portami tutta la documentazione che hai e che io farò pervenire al Re. Mo Padre Bonaventura, secondo le istruzioni avute. Venga con te anche Padre Emilio per importanti comunicazioni da fargli. Nell’attesa saluto caramente tutti e due. Aff. mo Padre Amedeo Provinciale Cappuccino.”

… quella di padre Bonaventura a padre Giustino, del 15 luglio 1960 :

“Caro Padre Giustino, Vi mando il biglietto che doveva già portarvi il Padre Daniele e che non so per quale ragione ( ah! ricordo ora perché don Terenzi ne volle fare per sé) non gli fu consegnato in tempo. Bisogna lavorare compatti, silenziosi, nel pianto e in orazione. Non preoccupatevi per qui; giacché tutto passa per le mie mani prima, giacché così si convenne anche da don Terenzi; è giusto che l’Ordine veda e abbia antecedentemente notizie di quanto viene poi inoltrato alle superiori autorità. Riprendete quindi il regolare invio degli espressi. Tradotti i nastri – coll’aiuto del P. Daniele e Fr. M. – mandate qui. Ora, ai due frati consegnate tutto, senza dire di che si tratta ben’inteso ! La Madonna ci santifichi! Benedico lei e S. L. ( ndr : suor Lucina ). P. Bonaventura. Benedizioni particolari a Fr. Masseo. P. S. Dopo una telefonata avuta ora con D. T. ( ndr : don Terenzi) siamo d’avviso che prima traduciate il nastro più importante in modo da consegnarlo ai due latori entro martedì mattina, quando ritorneranno. L’altro materiale lo potrete consegnare mercoledì al Padre Guardiano (ndr: Padre Emilio da Matrice) che pare debba pure venire, altrimenti lo spedite o lo porta nella notte fra il mercoledì e il giovedì Padre Daniele ( o V. P. se crede: anche per farsi vedere qui), in modo da servire il pomeriggio. Benedicendo.”

… quella che il sacerdote don Nello Castello scrive – in data 24 ottobre del 1960 – al Santo Uffizio :

“… Nella metà del mese di luglio mi recai a San Giovanni Rotondo per confessarmi da Padre Pio, ed ebbi a chiedergli in confessione consiglio “ circa la mia conduzione di sacerdote sospeso a divinis ( condizione tutt’ora mantenuta) per non aver voluto accettare e sottoscrivere gli atti di accusa presentatimi dai miei Superiori, in quanto tratta vasi di autentiche calunnie”. Il Padre mi rispose : “Figliolo, è obbligo fare atto di sottomissione ai propri Superiori, ma non puoi confessare colpe che non hai commesso”. Con mia somma meraviglia e disappunto, due giorni dopo, dai signori Pagnossin Giuseppe, Gottardo Ermenegildo, Nalesso Costantina mi venne riferito che il Padre addetto alla confessione uomini, alludendo alla mia confessione, ebbe a dire : “Adesso finalmente ho capito : Padre Pio fa il doppio gioco con i padovani; a noi Frati dice una cosa ed a loro ne dice un’altra. Infatti sono a conoscenza della confessione di Don Nello Castello con Padre Pio”. Come dunque il predetto Padre è venuto a conoscenza del dialogo avvenuto in confessionale ? E quale è la ragione che lo ha portato a manifestare a terzi il contenuto, dandone una versione personale e deformata, che giustificasse la frase del “doppio gioco”? Don Nello Castello.”

… la lettera che l’ex Guardiano del Convento - Padre Carmelo da Sessano – scrive al Cardinale Ottaviani, il 26 settembre 1961 :

“Eminenza Reverendissima, col cuore in angoscia mi permetto, per la prima volta dopo la partenza da San Giovanni Rotondo di due anni fa, di scrivere alla Eminenza Vostra Reverendissima (…) La situazione della Provincia Monastica, come quella del Carissimo Padre Pio da Pietrelcina, di Cui in sei anni di vita in comune, ho pouto come suo Superiore, ammirare la straordinaria virtù e i singolarissimi privilegi ricevuti dal Datore di ogni bene, di quel Padre Pio inoltre di cui serbo non solo intatta, ma accresciuta, e vorrei dire, sigillata, la stima e l’affetto proprio dal fatto della lotta diabolica scatenata contro di lui da Satana e seguaci … ha avuto altri duri colpi (…) Nessuno meglio della Eminenza Vostra, conosce il Padre Giustino da Lecce. Questo Padre che, nell’amarezza più viva del cuore non posso che definire un secondo Giuda, è diventato il calunniatore pazzesco di Padre Pio, sfruttando mezzi di spionaggio usati soltanto dai figli del marxismo, con profanazione perfino del segreto confessionale. Queste son tutte cose arcinote negli ambienti conventuali e sempre più anche in quelli civili, col pericolo che da un momento all’altro scoppi uno scandalo di stampa …”

… la dichiarazione rilasciata dalla marchesa Giovanna Boschi in data 12 febbraio 1963 (di un episodio occorsole nei primi giorni di novembre del 1960), confermata inoltre dalla signora Margherita Hamilton :

“Roma, 12 febbraio 1963. A circa due anni e mezzo di distanza avendo riferito ad un confessore quanto accadutomi, mi ha consigliato di dichiararlo per iscritto. Attesto innanzi tutto che questa mia dichiarazione viene fatta all’insaputa di Padre Pio e solo per il consiglio ricevuto dal confessore di cui sopra. Il 9 o il 10 novembre 1960 fui informata in forma segreta da una persona che affermava di avere ascoltato un nastro magnetico con una mia confessione sacramentale fatta a Padre Pio da Pietrelcina al confessionale nella Chiesetta dei Cappuccini a San Giovanni Rotondo; ero incredula : ma la persona che mi aveva detto la cosa in segreto, documentò a riprova ripetendomi parzialmente quanto dettomi al confessionale da Padre Pio. La stessa persona disse che oltre la mia erano state registrate altre confessioni. Tale fatto mi sconcertò talmente che tuttora ne sono scombussolata e impressionata. In fede, Giovanna Boschi.” “Dichiaro che il 9 o 10 novembre 1960 mi trovai presente ed ascoltai quanto fu riferito in quella occasione alla mia amica e dichiaro che quanto sopra è verità. Margherita Hamilton.” “Rendo anche noto che un’altra persona che sicuramente non conosce la prima mi ha domandato come mai una mia confessione a Padre Pio era stata registrata, perciò le fonti con cui sono venuta a conoscere tale fatto sono due. Giovanna Boschi.”

Questa testimonianza viene poi confermata e ne viene autorizzata la pubblicazione tramite un sacerdote, don Francesco Putti, che nel maggio del 1963 dichiara :

“Dopo che sono venuto a conoscenza della dichiarazione della Marchesa Giovanna Boschi e della signora Margherita Hamilton, residenti in Roma, estesa il 12 febbraio 1963, riguardante l’ascolto in un nastro magnetico della confessione sacramentale, fatta al confessionale di Padre Pio in San Giovanni Rotondo, ho telefonato da Avellino alla Marchesa Boschi sapendo che in futuro tale dichiarazione poteva finire alla stampa, per sapere se ella aveva l’intenzione di far conoscere la predetta dichiarazione attraverso la stampa. La Marchesa Giovanna Boschi mi ha riferito : “Le persone che sono in possesso della mia dichiarazione del 12 febbraio 1963 sono libere di usarla come meglio credono e da parte mia non ho nulla da eccepire purché ne vengano rispettati i fini morali.” In Fede. Sac. Francesco Putti – Chiesa San Francesco Saverio – Avellino.” (P. S. : qualche tempo dopo la marchesa Boschi tenterà di smentire queste sue dichiarazioni – rese in forma spontanea – presumibilmente per la preoccupazione di non voler creare “fastidio” ai propri parenti e congiunti che avevano rapporti commerciali e di lavoro con il Vaticano, e nel successivo mese di gennaio del 1964 una rivista settimanale - certamente e notoriamente vicina ad alcuni alti esponenti dell’Ordine cappuccino - tenterà di far passare per “ depressa psichica” questa signora.)

… e la lettera che Padre Teodoro da San Mango sul Calore scrive - sempre al Cardinal Ottaviani – nel novembre del 1961 :

“… E’ noto che il Padre Giustino ha registrato delle confessioni di Padre Pio: una violazione del sigillo sacramentale chiara, precisa, con una nota caratteristica di continuità di violazione: nuovi mezzi, nuovi metodi. Ed è stata una fortuna che la cosa non sia stata di pubblico dominio, altrimenti chi si sarebbe più andato a confessare da Padre Pio, e che male nella stessa Chiesa pensando ognuno che confessandosi ci possa stare un microfono … Se la fede non sorreggesse, si dovrebbe negare. I custodi della legge, che ne devono essere i difensori, ne diventano i traditori premiati. Uno scandalo più vasto non si poteva far sorgere in San Giovanni Rotondo …”

Don Terenzi assunse quindi la carica di depositario dei microfoni installati da padre Giustino, a san Giovanni Rotondo, il quale aveva anche l’incarico di frugare ed aprire tutte le lettere indirizzate a Padre Pio. I tracciati microfonici e le registrazioni avevano lo scopo di raccogliere e intercettare le confessioni al Padre, dalle quali poi dedurre il materiale “documentario” che mostrasse e dimostrasse Padre Pio come un disubbidiente, elargitore di sovvenzioni per una qualche opera assistenziale alla sorella o al nipote. Insomma, si voleva costruire la prova per poter mostrare Padre Pio quale un impostore, e le riunioni a detto fine non mancarono, tra gli incaricati di questo sacrilegio. Mi soffermo ora brevemente su questo sacrilegio, elencando alcune brevi e sommarie nozioni di Teologia morale e del Diritto Canonico in merito alla confessione, odierne ed ancora attuali. Per “sigillo sacramentale” si intende l’obbligo di mantenere il segreto più assoluto intorno a tutto ciò che si sa e si conosce dalla confessione. E’ un obbligo - per i cattolici – di origine divina ed è tale che nessuna utilità, incomodo o coercizione di alcun tipo può farlo cessare o svelare, in nessun frangente. L’obbligo del “sigillo sacramentale” esiste sia per il confessore che per tutti coloro che – direttamente od indirettamente – hanno conoscenza di cose o fatti che cadono sotto tale sigillo, e la violazione può essere diretta od indiretta. La violazione diretta si ha quando si svela un peccato conosciuto e rivelato in confessione, nonché la persona che se ne è accusata, volontariamente. Il confessore che viola direttamente il sigillo della confessione incorre nella scomunica, riservata in modo specialissimo alla Santa Sede. La violazione indiretta del sigillo sacramentale della confessione si ha quando – con azioni, parole od omissioni – si crea il pericolo che altri vengano a sapere o sospettare qualcosa che cade sotto tale sigillo, e le pene previste sono analoghe a quelle irrorate per i rei di sollecitazione, e possono arrivare sino alla scomunica. Gli obblighi e le pene per la violazione del sigillo sacramentale sono contenuti nei canoni 889, 890, 2368 ( paragrafo 1) e 2369.

Padre Bonaventura in seguito ritenne necessario confermare per iscritto le sue istruzioni in proposito, richiamando esplicitamente in una lettera il consenso dato a questa ignominia dal Padre Generale, cui egli intendeva far risalire la responsabilità dei vergognosi e gravi atti in corso: la rottura del segreto sacramentale della confessione. Lo stesso don Terenzi peraltro non si è mai vergognato né tanto meno addolorato per aver ricevuto ed eseguito un simile incarico, come risulta dalla trascrizione di un incontro che lo stesso parroco del Divino Amore ebbe con Emanuele Brunatto, il 9 maggio del 1962, dinnanzi al Battistero della Basilica Lateranense di Roma, alle ore 12.30, su esplicita richiesta di padre D’Orazio, postulatore Generale dei R. R. P. P. Redentoristi. In questo colloquio con don Terenzi, “ù poliziotto” sottopose all’interdetto parroco la fotocopia autografa della lettera di padre Bonaventura a padre Giustino (la missiva sopra riportata del 10 luglio 1960), leggendogliela :

Emanuele : “Reverendo padre Giustino carissimo, in un incontro avuto questi giorni, il sottoscritto, a seguito di un incontro con il Provinciale di Foggia ed il “carissimo” don Terenzi e con l’approvazione del Reverendissimo Padre Generale, si è stabilito : 1) che la paternità vostra continui l’ardua e delicata impresa di raccogliere tutto il materiale documentario possibile, con segretezza, discrezione …”

Don Terenzi : “… ma come ha avuto questa lettera ? Non capisco …”

Emanuele : “Non si preoccupi di capire, sappia però che non è la sola in mio possesso. Siete dei mascalzoni ! Lei, padre Bonaventura, padre Giustino, padre Clemente ( ndr : da Milwaukee) e tanti altri ancora che, tradendo la fiducia di Padre Pio, gli avete sottratto persino le sue lettere, raccogliendole addirittura dal cestino della sua cella ! Ma soprattutto le bande magnetiche registrate delle confessioni e delle confidenze fatte ai suoi penitenti !”

Don Terenzi : Ma io che c’entro in tutto questo ?”

Emanuele : “Lei c’entra, eccome, perché lei stesso ha comprato i registratori, i quali sono attualmente nella sua parrocchia, a casa sua : posso darle anche il nome del venditore, la data di acquisto, il numero degli apparecchi …”

Don Terenzi ( ndr : senza opporre il minimo diniego) : “Io non ho più alcun contatto con i Cappuccini della Curia Generale … e poi io sono sempre stato un fedele di Padre Pio, e ho parlato più volte di lui come di un santo, pubblicamente nel Santuario del Divino Amore : se mi avessero ascoltato, le cose sarebbero andate diversamente, a San Giovanni Rotondo …”

Emanuele : Vale a dire se lei fosse stato nominato Visitatore al posto di monsignor Maccari ! Conosco la questione e conosco anche le ragioni per cui lei “difendeva” Padre Pio. Lei è uno specialista in opere di religione … a proposito, potrei citarle qualche preciso fatto sui “sistemi amministrativi” del Divino Amore, ma invece mi levi un paio di curiosità : per quanto tempo ed in quali date il padre Aurelio da Sant’ Elia a Pianisi ha soggiornato – come suo ospite – al Divino Amore ? Con quale incarico ? Con quale Obbedienza ?”

Don Terenzi : “… ma … cosa …”

Emanuele : “Sapeva che padre Aurelio era stato sospeso – per anni e ‘ad divinis’- a causa di ripetuti atti di omosessualità a danni di minori ? Quali sono stati i suoi rapporti – diretti ed indiretti – con monsignor Gerolamo Bortignon, vescovo di Padova ? E con padre Clemente da Milwaukee ? E con monsignor Capovilla ?”

Don Terenzi: “ Io, io … non so …”

Emanuele : “Qual è la strada direttissima e decisiva che lei ha scritto di avere, per fare pervenire le lettere e i documenti di padre Giustino a Sua Santità Guiovanni XXIII ? “( ndr : lettera di don Terenzi a padre Giustino del 21 aprile 1960)

Don Terenzi : “Per carità di Dio ! Parli più piano, non urli, siamo all’aperto e ci possono sentire tutti … ma infine, che cosa vuole lei da me ?”

Emanuele : “Avvisarla, a lei e ai suoi degni compari. In capo ad un mese usciranno le prove delle vostre malefatte, sarà pubblicato l’intero vostro infame carteggio ai danni di Padre Pio e della Chiesa di Cristo. Ora le chiedo di rimontare in vettura e di andarsene immediatamente … vada alla Curia Generalizia e avvisi pura il Generale ed il famigerato Bonaventura che se non si avranno in tempo le prove della liberazione del Padre dalla sua prigionia, ma soprattutto la partenza del suo carceriere, padre Rosario da Aliminusa, sarà presentata querela contro tutta la sua banda : Bonaventura, Giustino e compagnia, per i delitti comandati ed eseguiti. Ne ho le prove, lei mi può comprendere : sono le manette che vi attendono !”

Don Terenzi : “ I Superiori Cappuccini non hanno più alcuna autorità, a San Giovanni Rotondo …”

Emanuele : “Di quanto lei ora mi dice, informerò sua Eminenza, il cardinale Ottaviani.”

Don Terenzi : “Lo faccia pure ! Anzi, se lei vuole andiamo insieme al primo telefono pubblico e io lo confermerò al cardinale, in sua presenza …”

Emanuele : “Lasci in pace il cardinale Ottaviani, a quello ci penso io … e adesso mi risponda : vuole andare – si o no – e subito, alla Curia Generalizia per riportare quanto io le ho detto ?”

Don Terenzi ( ndr : che poco prima aveva affermato di non avere più alcun contatto con i Cappuccini) : “ Debbo vedere oggi stesso padre Bonaventura, e gliene parlerò.”

Terminato questo burrascoso colloquio, il parroco del Divino Amore ebbe una comunicazione telefonica ( alle ore 15.30) con il Padre D’Orazio, a cui rimproverò violentemente di “avergli teso un agguato”, organizzando l’incontro con il Brunatto, e quest’ultimo gli rispose : “Il signor Brunatto è un uomo che fa del bene ed è perfettamente leale con le persone che lo sono anch’esse, tant’è che mi ha incaricato di avvertirla – in coscienza – di aver registrato per intero su un apparecchio Minifon, e del quale lei conosce bene come si usa , il colloquio avuto con lei, dinnanzi al Battistero di san Giovanni in Laterano.”

Da questo resoconto del colloquio avvenuto tra Emanuele e don Terenzi traspare che effettivamente quest’ultimo aveva ricevuto la lettera incriminata, dichiarando inoltre una sua certa “divergenza” con monsignor Maccari (“ … se mi avessero ascoltato, le cose sarebbero andate diversamente, a San Giovanni Rotondo …”), e alla fine acconsente di parlare con padre Bonaventura dei “delitti” che erano stati commessi contro Padre Pio, ma intendo precisare che il principale scopo era quello di mettere le mani sulle cospicue ed ingenti offerte dei fedeli di Padre Pio, perché fossero finalmente sanate le colossali pendenze economiche scaturite dallo scellerato affare Giuffrè, in cui erano impelagati sino al collo diversi ed importanti Ordini religiosi. Per sistemare i microfoni, padre Giustino e frate Masseo si sono furtivamente intrufolati nel confessionale e nella cella di Padre Pio (come anche nei luoghi dove Egli solitamente si soffermava), per compiere ed espletare le meravigliose manifestazioni della Sua attività pastorale. Costoro si sono introdotti contro la tacita volontà di Padre Pio, come dei ladri, e dopo essere entrati clandestinamente hanno dovuto anche usare violenza sulle cose: smurare,inserire fili elettrici, stuccare, imbiancare e rimettere tutto il più possibile a posto, affinché non apparisse e fosse troppo visibile il metodo fraudolento per carpirne il segreto confessionale. A Padre Pio tantissimi peccatori domandavano di essere perdonati ma soprattutto guidati, perché alcuni amarono smoderatamente le ricchezze, alcuni vissero nel vizio, alcuni per orgoglio uccisero, altri per cupidigia del denaro ingannarono: tutti confessavano la loro vanità e descrivevano la loro lussuria. Vi erano giovani spose che tradivano per profitto, donne assalite dal rimorso per l’abbandono della loro famiglia e quello che nessuno direbbe mai a se stesso: tutto questo – ed altro ancora – veniva confidato a Padre Pio, perché trovasse parole di conforto, un consiglio … e il metodo per vivere secondo la legge di Dio. Gli accenti di dolore, le lacrime del marito che ha tradito, il rimorso di chi ha ucciso o ferito, l’amarezza dell’uomo che per godere la voluttà del potere ha ingannato, ha commesso falsa testimonianza, ha calunniato. Il rimorso, il pentimento di chi – per desiderio di grandezza – ha perseguitato il proprio fratello, lo ha esposto al ridicolo, lo ha costretto alla miseria, tutto questo è stato dunque registrato nelle bobine magnetiche e fedelmente trascritte, perché così fosse dato tradire il confessore insieme al penitente, e costruire quindi una gabbia ancora più robusta per Padre Pio.

A tutto questo si oppose strenuamente Emanuele, con un coraggioso articolo apparso in “Legge e Giustizia” del 13 settembre 1962, a sua firma :

“Vi sono oggi, mentre va in stampa questa rivista, in cella di Padre Pio, ad una altezza di circa 70 cm., due fili elettrici di modello recente, che escono da una specie di bulbo apparente nel muro di destra, ed appena mascherato da mucchi di carta che si accumulano sul letto stesso. E’ questa la cella dove Padre Pio, da 43 anni, ha l’abitudine di confessare gli uomini ai quali dimostra la sua benevolenza. Da qualche anno egli non vi dorme più, ma continua tuttavia a ricevervi e a confessarvi i suoi penitenti. Codesta cella porta il n. 5 ed è limitrofa di quella (n. 4) dove “lavorava” l’ineffabile Padre Giustino. Tutti sanno che costui venne bruscamente trasferito dal Monastero di S. Giovanni Rotondo, ad opera del Visitatore Apostolico Mons. Carlo Maccari. Sloggiato il triste inquilino, venne fatta una pulizia a fondo della cella, buchi e falle vennero otturati ed i muri imbiancati. Ora si pone un problema tecnico-poliziesco : che facevano questi fili che fuoriescono ancora oggi nella cella di Padre Pio? Essi non sono perfettamente adatti all’uso dei microfoni perché provocano un certo ronzio … E allora, che ci fanno là, accusatori, quando l’affare dei microfoni è noto a tutti … salvo – beninteso – all’Osservatore Romano ? Tecnici interpellati hanno trovato la cosa strana e si domandano se, non avendo più disponibilità di fili regolamentari ( di cui gli installatori dei microfoni avevano avuto largo bisogno per gli altri due locali ove hanno funzionato), essi non abbiano fatto ricorso all’espediente di riallacciare il microfono murato con un altoparlante situato nella cella n. 4, altoparlante utilizzato sia per ascoltare le conversazioni, sia per registrarle nell’apposito apparecchio. Fin qui il giudizio tecnico … Ma se il tecnico si fa poliziotto, potrebbe trovare altre misteriose ragioni e quasi una sorta di sintesi del dramma dei microfoni in questi due fili “senza ragione” … Noi promettiamo al lettore di chiarire il mistero nel prossimo numero. Con noi, forse, s’interesseranno del problema il Padre Rosario da Aliminusa, guardiano del convento, responsabile di quanto vi accade. Se, poi, a Foggia, il Procuratore della Repubblica vi trovasse motivo per indagare sulle manovre elettroniche “denunciate” dai fili rivelatori, non sarebbe questa una … ottima occasione ? A meno che, tutti d’accordo, non vogliamo utilizzarli per istallare una lampada elettrica che faccia un po’ di luce sui misteri della cella di Padre Pio …”

… con la lettera che Emanuele scrisse al Cardinal Cicognani, il 19 settembre 1962 :

« Franciscus siege social a Paris – 8, rue Saint Marc 2° 19 settembre 1962

Cara Eccellenza, obbedisco agli imperativi del rispetto e dell’amicizia e rispondo subito alla sua lettera del 16 corrente. Noi non vogliamo scandali. Abbiamo fatto di tutto per evitarli. Non abbiamo mai attaccato né la Chiesa, né l’Ordine dei cappuccini di cui siamo figli. Abbiamo difeso l’Una e l’Altro contro gli individui che insozzano l’Una e l’Altro. Abbiamo difeso Padre Pio, che è l’Onore dell’Una e dell’Altro. Se i delitti dei mercanti del tempio e dei sacrileghi son causa attuale, efficiente, delle violenze morali esercitate contro Padre Pio da Pietrelcina, ebbene, noi denunceremo tali delitti fino a che siano eliminati e puniti. Ma se taluno, anche se abbia perpetrato l’usura o la violazione del segreto sacramentale, riconosce la sua colpa e ne manifesta rammarico , costui entra nel campo della Misericordia Divina e noi cessiamo di perseguirlo. Anzi, lo difenderemo. Veda, per esempio : so che vi è un frate nei tormenti. Si chiama Padre Giustino ed i suoi superiori, quelli stessi che lo hanno incoraggiato a violare il segreto di confessione o che, magari, gliene hanno dato l’ordine, si preparano a gettarlo a mare e ad abbandonarlo alla giustizia laica. Può essere arrestato da un momento all’altro. Ebbene, se venissimo a conoscere che costui ha fatto giusta e chiara ammenda, saremmo i primi a difenderlo. Questo il nostro concetto di dovere cristiano. Sono persuaso che è anche il Suo, cara Eccellenza, e la ossequio cordialmente. E. Brunatto”

… e per finire con questo trafiletto, apparso sempre nella rivista “Legge e Giustizia”, nel numero speciale del novembre 1962, dal titolo “Il ricatto” :

“ Ai termini del Codice penale italiano vi è delitto di estorsione quando viene esercitata minaccia o violenza fisica o morale, allo scopo di conseguire un ingiusto profitto attraverso il costringi mento di taluno a fare o ad omettere un’azione determinata. Abbiamo dimostrato quali e quante violenze sono state commesse contro Padre Pio per indurlo ad abbandonare i diritti sulla Casa Sollievo conferitigli dal mandato degli oblatori e consacrati dalle decisioni della Santa Sede nell’aprile 1957. Abbiamo dimostrato – ed ognuno ha potuto e può constatare l’esattezza – che Padre Pio è tenuto prigioniero ed ostaggio. E’ stato fatto intendere che egli non sarà libero sino a quando i fondatori ed oblatori della Casa Sollievo consentiranno al “trasferimento” dei beni mobili ed immobili dell’Opera ai … liquidatori dell’affare Giuffrè. Non essendo giurista, mi domando se ho bene o male configurato il delitto di estorsione alla luce del codice penale italiano e, magari, del cosi detto giuridismo di Roma. Ma, in quanto membro della Chiesa vivente e figlio spirituale di Padre Pio, non ho dubbi che ricatto vi è stato alla nostra ortodossia e, sovra tutto, al nostro cuore tormentato di figli della Vittima santa. Forse è l’uno dei più cinici ricatti che la storia conosca; non vi manca – quasi in uguale misura - la perfidia ed il ridicolo : le vittime del ricatto sono accusate di ricattare i ricattatori ! Anzi, costoro, presi con le mani nel sacco, gridano a quelli che reclamano giustizia :” Voi ricattate la Chiesa”! … Ma che hanno a vedere con la santità della Chiesa i diversi Terenzi, Bortignon, Bonaventura, Amedeo, Aurelio, Giustino e C.ia ? E fino a quando costoro parleranno a nome della Chiesa e del Santo Padre ? E. Brunatto”

La battaglia di Emanuele a difesa del suo amato Padre Spirituale, termina solamente quando “misteriosamente” muore (qualche anno dopo e in circostanze ancora non ben chiarite), la mattina del 10 febbraio 1965.

Aprile 2011

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