Padre Rosario da Aliminusa : il disumano carceriere di Padre Pio


Come già brevemente evidenziato nella parte descrittiva e corrispondente alla presentazione del “Libro Bianco” del 1963, il “fallimento Giuffrè” (che verso la fine degli anni ’50 travolse l’intero Ordine dei Cappuccini, ma soprattutto la Provincia monastica di Foggia ed il vescovo cappuccino di Padova, monsignor Girolamo Bortignon ), fu all’origine della così detta “seconda persecuzione”, ai danni e contro l’umile e mite persona di Padre Pio da Pietrelcina. I suoi superiori, spinti dalla assoluta ed improrogabile necessità nel superare indenni il pauroso crack finanziario in cui era improvvidamente e pesantemente caduto l’Ordine, dapprima chiesero denaro a Padre Pio e successivamente, dietro mandato dei Superiori di Roma, il Ministro Provinciale padre Amedeo da San Giovanni Rotondo ( che era stato nominato con apposito decreto il 23 luglio del 1959, con una prassi non in linea con le normali procedure vaticane di allora) gli impose in nome dell’ ”Obbedienza”, lo storno di centinaia di milioni di lire dalle offerte esclusivamente pervenute ed indirizzate alla “Casa Sollievo della Sofferenza”. I vertici ecclesiastici di Roma, Padova e Foggia però non si accontentano ma soprattutto non si rassegnano, non possono rassegnarsi, ed allora si coalizzano per concepire un nuovo piano per finalmente raggiungere i miliardi che giungono nelle mani di Padre Pio, sotto forma di offerte spontanee ed inalienabili dei suoi numerosissimi fedeli. Con l’inganno, la calunnia ed il sacrilegio riescono a persuadere la Superiore Autorità Ecclesiastica ad eliminare Padre Pio, con la logica conseguenza che i suoi capitali sarebbero così caduti in pieno possesso della “famiglia cappuccina”, di cui egli fa parte ed alla quale deve assoluta e cieca obbedienza. Padre Clemente da Milwaukee (il Generale dei Cappuccini dell’infausto affare Giuffrè)tramite una lettera scritta insieme ed in nome dell’intero Definitorio Generale( ndr : composto da Padre Mauro da Grizzano, padre Flaviano da Quebec, padre Stanislao da Guadasuar, padre Clementino da Vissingen - futuro Ministro Generale - , padre Bonaventura da Pavullo e padre Francesco Solano da Zurigo), il 14 aprile del 1960 implorò ed ottenne da papa Giovanni XXIII una speciale Visita Apostolica, al fine di indagare sul Padre Pio e sulla gestione della “Casa Sollievo della Sofferenza”, ed il personaggio che si incaricò nell’innestare la “macchina del fango” che avrebbe dovuto travolgere l’umile monaco stigmatizzato pietrelcinese, fu scelto nella persona di monsignor Carlo Maccari, alto funzionario del Vicariato di Roma che - nominato il 22 luglio del 1960 dal Supremo Tribunale Ecclesiastico del Santo Uffizio - nella sua nuova veste di “Visitatore Apostolico a San Giovanni Rotondo”, rende ufficiale la “seconda persecuzione” una settimana dopo, il 29 di luglio. Con la sua inchiesta (coadiuvato da don Giovanni Barberini, un altro prete dalla vita gaudente …) cerca di dare un qualche carattere giuridico ed amministrativo, ma riesce ad ottenere solamente alcuni provvedimenti coercitivi e punitivi nei confronti del Padre. Non soddisfatto di ciò si prestò anche ad inscenare una penosa parodia di visita inquisitoria prefabbricata ad arte, la quale avrebbe dovuto confermare “ufficialmente” le accuse mosse alla persona di Padre Pio, dell’opera e del suo apostolato presso l’Alta Autorità Suprema della Chiesa, per privarlo così dalla “liberazione dal voto di povertà”( il famoso prescritto pontificio concessogli da Pio XII nell’aprile del 1957, con il quale il Padre era stato nominato “moderatorem perpetuum”), con il conseguente assorbimento di tutte le donazioni, lasciti, eredità, fondi e proprietà che facevano capo - per diversi miliardi di lire di allora - al grande e maestoso “miracolo terreno” di Padre Pio da Pietrelcina : il monumentale ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Ma la fretta e l’impulsività nel conseguire lo scopo prefissato, portò l’incauto “Visitatore” nel commettere un grave errore di valutazione : la feroce campagna di stampa del 4 e del 5 ottobre 1960 ( che doveva giustificare e legittimare la “liquidazione del fenomeno Padre Pio”), provocò invece una profonda e rabbiosa indignazione nei milioni di fedeli ed ammiratori del Padre, e che si manifestò con una vera e propria valanga di lamentele e di proteste che pervennero alla Santa Sede, alle varie Autorità religiose, pubbliche ed istituzionali, politici, parlamentari e giuristi, nazionali ed internazionali. L’allarme fu quindi nuovamente lanciato, ed il primo a rispondere fu proprio il suo “scapestrato” figlio spirituale di stanza in Francia, Emanuele Brunatto, che nel mese di maggio del 1960 ( da Ginevra ) fonda e dà vita all’ “Associazione Internazionale per la Difesa delle opere e della persona di Padre Pio da Pietrelcina” , una battagliera organizzazione di diritto civile internazionale, nella quale ricopriva l’incarico di Presidente. Il primo atto pubblico di tale associazione fu quello di intervenire duramente - come era nel carattere del fondatore - tramite una lettera datata 29 ottobre 1960, spedita dalla sua residenza di Parigi ed indirizzata alla Segreteria di Stato della Città del Vaticano, e nella giornata seguente con un’altra missiva, in risposta ad alcune domande ed interrogativi, rivoltigli per lettera da Firenze dal suo amico di battaglia, il giudice Giovangualberto Alessandri … anche quest’ultima in termini non meno vivaci e perentori.

La gigantesca ondata d’affetto e di stima nei confronti del monaco stigmatizzato ( nonché la feroce difesa delle sue opere e della sua persona da parte di Emanuele e di tutti coloro che egli aveva abilmente “associato” alla sua personale battaglia), mandarono letteralmente a gambe all’aria il piano di eliminazione rapida del Padre : infatti monsignor Maccari non riesce più a tornare a San Giovanni Rotondo ( cautamente, per non prendere parte ai grandi festeggiamenti per la Messa d’Oro di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, se ne andò dal 6 al 16 agosto …), e venne successivamente nominato prima arcivescovo di Mondovì e poi di Ancona. Da parte delle alte gerarchie vaticane prende allora corpo un nuovo piano, ma sempre con il medesimo scopo : incamerare i cospicui ed ingenti capitali di Padre Pio all’Ordine cappuccino, per sanare la voragine di debiti nati con l’ “affare Giuffrè” e con il suo fantasioso metodo del “presta e raddoppia”… ed il posto di monsignor Carlo Maccari viene quindi attribuito ad un nuovo uomo, con un nuovo piano : padre Rosario da Aliminusa, il crudele carceriere di Padre Pio.


Nato il 19 dicembre del 1914 ad Aliminusa in provincia di Palermo, padre Rosario ( al secolo Francesco Pasquale) deve la sua carriera e la sua iniziale notorietà grazie all’interessamento di padre Teofilo da Caltanissetta, segretario del Ministro Generale dei Cappuccini (padre Clemente da Milwaukee), e da quest’ultimo fu dapprima incaricato nella organizzazione della difesa dei “frati con la lupara” di Mazzarino, e successivamente della incarcerazione di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, in qualità di Superiore del Convento di Santa Maria delle Grazie, dove giunse in data 8 settembre 1960 : sotto la sua “sapiente e zelante guida” e per oltre quattro lunghi e dolorosi anni, al santo monaco stigmatizzato pietrelcinese vennero imposte le più inique e crudeli “obbedienze”. Riporto ora – in forma integrale – la trascrizione della lettera contenente gli ordini draconiani del Santo Uffizio del 31 gennaio del 1961 , a firma del suo segretario monsignor cardinale Ottaviani:
“Suprema Sacra Congregazione del Santo Officio; All’Ill.mo e Rev.mo Padre Clemente da Milwaukee – Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini -Roma-Dal Palazzo del S. Officio, lì 31-1-1961 protocollo n. 255/19 (nella risposta si prega citare questo numero).


Reverendissimo Padre, questa Suprema Sacra Congregazione ha ultimato l’esame degli Atti della Visita Apostolica eseguita dal Rev.mo Mons. Carlo Maccari, in relazione alle molte e gravi segnalazioni pervenute circa il Convento di San Giovanni Rotondo e le opere annesse. Attese da una parte le risultanze della visita che hanno rivelato purtroppo non poche violazioni della regola religiosa e dall’altra le esigenze impreteribili della prudenza, per le particolarissime circostanze create dallo entusiasmo popolare che si è accentrato sul Padre Pio, gli Eminentissimi Padri sono venuti nella determinazione di far propri e rendere definitivi i provvedimenti interinalmente presi dal Visitatore Apostolico e cioè : 1) che il Padre Pio, con la carità voluta dalle sue condizioni di età e di salute, venga ricondotto alla regolare osservanza conventuale; 2) che sia assolutamente interdetto ai Sacerdoti, ed a maggior ragione agli Ecc. mi Vescovi di servire la Messa del Padre; 3) che sia, in quanto possibile, variato quotidianamente l’orario della S. Messa, come già da molto tempo aveva stabilito il S. Officio; 4) che sia assolutamente rispettata la distanza tra il confessionale, impedendo l’abuso di persone che durante le confessioni, si trovino nella possibilità di udire l’accusa sacramentale, come purtroppo è avvenuto : allo scopo occorre conservare i cancelli prescritti dal Visitatore; 5) che sia nel modo più categorico evitata l’assiduità soverchia dei devoti - specialmente devote del luogo - al confessionale del Padre; 6) che sia assolutamente inibito al Padre di ricevere donne da solo nel parlatorio del convento o altrove. La P. V. Rev. ma voglia intimare queste disposizioni al P. Guardiano del Convento, che assume la responsabilità della loro esecuzione e fedele osservanza. Gli Em. mi Padri danno poi mandato alla Paternità Vostra Rev. ma di provvedere a che entro il tempo più breve possibile, si addivenga alla nomina di un nuovo Provinciale, che dovrà essere scelto al di fuori de religiosi della Provincia di Foggia; tale Provinciale dovrà gradatamente effettuare il cambio dei religiosi del Convento di S. Giovanni Rotondo. Incominciando dal Padre Raffaele e ad eccezione dell’attuale Guardiano P. Rosario, scegliendo a sostituirli con Padri di perfetto spirito regolare e di provato zelo nell’esercizio del sacro ministero.

La P. V. Rev. ma si metterà in contatto con questa Suprema per concertare date, nomi, modalità dell’accennata elezione del P. Provinciale. Per quanto concerne la “Casa Sollievo” provvederà ad impartire le opportune istruzioni la Segreteria di Stato di Sua Santità, la quale disporrà anche circa i controlli necessari nello spoglio della corrispondenza e nella assegnazione delle offerte, secondo le intenzioni degli oblatori. Mentre resto in attesa di un sollecito cortese riscontro, ben volentieri profitto dell’occasione per confermarmi con sensi di profonda stima e con religioso ossequio di vostra Paternità Rev. ma. Devotissimo + Card. Ottaviani – Segr.”
Questi sono gli ordini del Santo Uffizio … ed ora bisogna applicarli. Tocca quindi al nuovo Guardiano del Convento, padre Rosario da Aliminusa, “uomo scevro da prevenzioni e fanatismi” ( come fu definito da padre Fernando da Riese Pio X, nella sua “Postulazione Generale”, la quale verrà brevemente trattata alla fine di questo articolo), però il compito è molto arduo perché si tratta nientemeno che “ricondurre Padre Pio alla regolare osservanza conventuale”, ma per ricondurvelo il Guardiano deve prima capire dove il Padre ha “deviato”, dove cioè Padre Pio non ha seguito la “regola” francescana … ed alla fine padre Rosario ha un lampo diabolico. Si avvicina la Pasqua, ricorrenza religiosa che è stata sempre celebrata da Padre Pio, ed allora l’ “uomo scevro da prevenzioni e fanatismi” non ha alcun dubbio : è un compito del Guardiano … perciò tocca a lui ! Immediatamente vengono informate le agenzie di stampa, comunicando che “Padre Pio non celebrerà le funzioni della Settimana Santa”,e come un fulmine a ciel sereno la notizia porterà frotte di giornalisti a San Giovanni Rotondo, desiderosi nel raccontare come mai – ed il perché – veniva interrotta così bruscamente una tradizione che durava da oltre quaranta anni :


“Il Piccolo sera” (Trieste ) - martedì 28 marzo 1961 - “Padre Pio da Pietrelcina dovrà ‘rientrare’ nella regola dei cappuccini. Un trasferimento in Spagna?”
“Gazzetta del Mezzogiorno” - martedì 28 marzo 1961 - “Padre Pio non celebrerà i riti della Settimana Santa, interrompendo una consuetudine quarantennale.”
“Corriere della Sera” - mercoledì 29 marzo 1961 - “Veto vaticano a Padre Pio per le cerimonie pasquali : il frate non officerà durante la Settimana Santa. E’ stato inoltre sostituito il Provinciale dell’ordine dei Cappuccini. Le decisioni sono frutto dell’inchiesta avviata da mons. Maccari. Fermento a San Giovanni Rotondo. Tutto sarebbe il logico sviluppo della missione del Visitatore apostolico monsignor Maccari, il quale avrebbe detto che tutto questo non poteva ridursi ad un fenomeno di pura osservazione. Previsti altri provvedimenti. Sorpresa per quelli presi.”
“Avanti” - giovedì 30 marzo 1961 - “Lotta attorno a Padre Pio tra Vaticano e Cappuccini. Al centro delle contestazioni l’immenso patrimonio della ‘Casa Sollievo della Sofferenza’.”
“Corriere della Sera” - venerdì 31 marzo 1961 - “Padre Pio è comparso in chiesa soltanto per ricevere la Comunione, in obbedienza agli ordini dei Superiori, poi è ritornato nel Coro, da dove ha assistito ai riti del Giovedì Santo. ‘Mi spiace’ – ha detto – ‘ di non poter essere più vicino ai miei cari fratelli, ma anche loro capiranno’… “
“Gente - corriere d’informazioni del XX secolo - lunedì 3 aprile 1961 – “Lo scandalo di San Giovanni Rotondo : Pasqua triste per Padre Pio. Una ondata di calunnie contro il frate delle stimmate. Per spingere il Pontefice ad agire contro Padre Pio, il Vescovo di Padova inventò uno ‘scisma’ inesistente, accusando i componenti dei ‘gruppi di preghiera’ di avere costituito una setta protestante.”


Monsignor Pietro Parente ( cardinale ed assessore al Santo Uffizio) quando avrà modo di leggere sui giornali le vicende narrate sulla “triste Messa Pasquale di Padre Pio”, escogiterà una brillante trovata, seppur ampiamente già adoperata una trentina di anni prima : la Messa di Padre Pio. Riporto - sempre in forma integrale – la trascrizione della lettera inviata dal palazzo del S. Uffizio il 24 aprile del 1961 da monsignor Pietro Parente, il “ monsignor Perosi degli anni ’60 ” :
“Suprema Sacra Congregazione del Santo Officio; Dal Palazzo del S. Officio, lì 24-4-1961 protocollo n. 255/19 (nella risposta si prega citare questo numero)
Reverendissimo Padre (ndr: Clemente da Milwaukee), ancora una volta le ragioni di grave preoccupazione che derivano dal complesso movimento devozionale ed economico costì svolgentesi ed accentrato sulla persona e sull’opera del P. Pio da Pietrelcina, hanno indotto gli Em. mi Padri di questa Suprema Sacra Congregazione a considerare con vivo senso di responsabilità “coram Domino” l’opportunità di disporre provvedimenti che eliminino i disordini, i pericoli, le possibilità di turbamento per molte anime fedeli che troppe volte si sono dovuti constatare e lamentare, quale che sia al riguardo la buona fede – che qui non si discute – delle persone comunque coinvolte nei noti fatti. Mi reco pertanto a dovere di comunicare alla Paternità Vostra Reverendissima le decisioni che i medesimi Em. mi Padri hanno adottato nella Riunione Plenaria di Feria IV,19 c.m. : Il Superiore locale di S. Giovanni Rotondo curi con ogni impegno la fedele esecuzione delle misure disposte dal Rev.mo Mons. Maccari nel corso della Visita Apostolica da lui compiuta. Il Padre Pio celebri la S. Messa nei limiti di tempo che sogliono impiegarvi i Sacerdoti devoti, vale a dire in mezz’ora o al massimo 40 minuti, e si attenga alla norma di non celebrare invariabilmente ogni giorno allo stesso orario, ma si conformi alle disposizioni che il P. Guardiano impartirà, tenuto conto delle esigenze della disciplina conventuale, dello stato di salute del Padre e dell’affluenza dei fedeli, ma sempre in modo da evitare che la fissità dell’orario valga a favorire l’eccessivo affollamento e le manifestazioni non rette di devozione personale. Il Padre Pio venga invitato ad ottemperare a questa regola in virtù della obbedienza religiosa, e nel caso di una deprecabile inadempienza, non si escluda l’uso delle pene canoniche. I Superiori religiosi col massimo scrupolo impediscano il ripetersi di atti che hanno il carattere di culto diretto alla persona del P. Pio. In particolare poi, allo scopo di evitare inopportune interpretazioni che ne vengono date, significheranno agli Ecc. mi Vescovi che la superiore competente Autorità ha disposto che essi non servano il P. Pio all’altare. La Paternità Vostra Rev. ma è incaricata di comunicare il presente decreto al P. Guardiano di S. Giovanni Rotondo e col suo ben noto zelo vorrà attentamente vigilare per una fedele esecuzione, riferendone poi, con cortese sollecitudine, al S. Officio. Ben volentieri mi avvalgo dell’incontro per professarmi con sensi di sincera stima e con religioso ossequio di Vostra Paternità reverendissima. Devotissimo + P.Parente Ass.”


Il nuovo, nuovissimo piano che si delinea dunque è questo : anziché esiliare Padre Pio, lo si incarceri dentro le mura del Convento di S. Maria delle Grazie, soffocando progressivamente il movimento di fedeli che affluivano incessantemente a San Giovanni Rotondo, con la appropriazione delle offerte che giungevano in Convento e destinate a Padre Pio e – in ultimo – la sottrazione progressiva delle azioni della “Società Casa Sollievo” ( ndr : lo stabile della Casa Sollievo doveva – secondo i piani del Padre – essere trasferito dietro compenso alle Suore, che ne avrebbero fatto un loro proprio ospedale, da loro stesse gestito). Infatti padre Rosario, non appena giunto a San Giovanni Rotondo in veste di Superiore e Guardiano del Convento (… ma soprattutto di Padre Pio !), nell’ottobre del 1960 : sbarrerà immediatamente con una pesante cancellata di ferro gli accessi alla vecchia chiesetta, e con una serie di catene cingerà il perimetro della balaustra dell’altare maggiore della chiesa nuova ove Padre Pio solitamente celebrava, allo scopo di isolarlo durante la celebrazione delle Messe e nelle funzioni liturgiche pomeridiane; sbarrerà ogni accesso al luogo della confessione riservato agli uomini; ogni accesso alla sacrestia verrà chiuso a chiave e vigilato costantemente da padre Vincenzo, il frate portinaio che controllerà severamente anche l’ingresso del Convento; farà affiggere dei cartelli – in sacrestia e lungo il corridoio –i quali avvisano che “… a nessuno è permesso avvicinare o conferire con Padre Pio all’infuori della Confessione, che avverrà – d’ora in poi – solo a seguito di rigorosa e vigilata prenotazione.” Inoltre, dalla accusa di immoralità rivolta a Padre Pio da parte del Supremo Tribunale Ecclesiastico, egli deriva un particolare e personale “regolamento” per le confessioni delle donne, e alle quali fu tolta ogni pur remota possibilità nell’avvicinare Padre Pio, all’infuori del Confessionale : dovevano infatti disporsi in numero di 10 alla volta, sui banchi della chiesetta vecchia, alcuni metri sopra il Confessionale, verso l’altare maggiore, con il “divieto vigilato” nel voltarsi a guardare Padre Pio, pena la privazione del biglietto che le autorizzava a confessarsi con il monaco stigmatizzato … e parecchie di esse sono state infatti “punite” e private del dono della confessione! Padre Rosario toglie dunque ogni più elementare libertà umana a Padre Pio, chiudendolo in un umiliante isolamento : agli uomini è fatto rigoroso divieto nel parlargli privatamente, ed i frati controlleranno sull’osservanza di tale divieto; poi al Padre sarà vietato nel modo più assoluto perfino avvicinarsi alle donne. Privò al Padre - ammalato ed oramai settantacinquenne – la presenza dell’accompagnatore abituale che da parecchi anni lo assisteva, come peraltro previsto dalla regola cappuccina; vietò ogni manifestazione di deferenza al Padre, di baciargli le mani traforate e coperte dagli abituali guanti a mezze dita, di aiutarlo nel salire le scale, di portargli qualche bicchiere di birra che era solito prendere durante il periodo estivo.

Dalla stampa di quel nefasto periodo, fu ripreso e documentato l’episodio di puro sadismo che caratterizzò padre Rosario come “l’aguzzino di Padre Pio”, riportato sul settimanale “Settimana Incom” nel numero di dicembre del 1961, raccontando questi episodi “sconcertanti” e di pura, assoluta cattiveria :
“(…)La sera la gente spia a lungo dai prati che circondano il Convento, la finestrella illuminata della sua cella (ndr : di Padre Pio). Stanno lì per ore, con il naso in su, a tener compagnia da lontano al ‘Padre’ che prega. ‘ E’ molto solo’ – si sente dire tra la folla – ‘ è un perseguitato’. Raccontano che da sette od otto mesi gli hanno tolto anche il piccolo conforto dell’accompagnatore, il frate più giovane che gli stava sempre accanto per sorreggerlo sulle scale e per aiutarlo nei movimenti più difficili, per vegliare in qualche modo su di lui. Adesso non ci sono più i frati intorno a Padre Pio. Da un anno, persino quando dice Messa, alle sue spalle ci sono soltanto dei laici. Di fianco all’altare, immobile come una statua di bronzo, padre Rosario, il guardiano, sorveglia che tutto si svolga secondo le disposizioni. Si raccontano anche episodi sconcertanti. Nel luglio scorso, in chiesa, il Padre barcollò e cadde battendo le ginocchia sul pavimento. Nessuno si mosse. Rimase lì, piegato su se stesso, con le vecchie gambe ferite. Dopo qualche minuto, lentamente, faticosamente si rialzò da solo. Dopo due settimane, sulle scale del Convento, barcollò di nuovo: un frate allungò una mano per sorreggerlo, ma si sentì la voce del guardiano ammonirlo fortemente e violentemente : ‘Obbedienza !’. Padre Pio respinse la mano e si appoggiò al muro, con gli occhi chiusi. Poi riprese a scendere le scale, in silenzio, come se nulla fosse accaduto. Tutti si chiedono cosa avverrà adesso, dopo la visita imprevedibile di Padre Clemente da Milwaukee, e la lettera di due pagine firmata dal cardinale Cicognani.”
Una sera, Padre Pio raccontò a Francesco Morcaldi che - durante una fredda e gelida sera di inverno - cadde in gabinetto, ed incapace nel rialzarsi vi rimase per oltre due ore, finché casualmente un frate lo soccorse. Padre Rosario proibì a Padre Pio di sostare, com’era sua decennale abitudine, nel giardino del Convento con i suoi fedeli, dopo la celebrazione della funzione serale; vietò al Padre di visitare gli ammalati ricoverati nella sua clinica; vietò al Padre di conferire e consigliare i suoi figli spirituali se non al di fuori della confessione, come era sua abitudine da sempre; fece doppiare le chiavi della cella di Padre Pio per tenerne una sua personale sempre in tasca; prescrisse un nuovo orario delle giornate del Padre, e gli impose un nuovo itinerario nei suoi spostamenti quotidiani. Sempre quotidianamente, padre Rosario durante la celebrazione della Santa Messa, istante per istante, dal principio sino alla fine, controllava gli sguardi di Padre Pio : particolare unico e senza precedenti nella storia della Chiesa ! I padri sacrestani che si sono succeduti in quel periodo, dichiararono che padre Rosario sceglieva personalmente il camice più grezzo e grossolano che il Padre avrebbe dovuto indossare durante la Messa, provocando con ciò sofferenza più acuta e particolare alle stimmate delle mani, che durante la celebrazione erano scoperte e senza i guanti abituali a mezze dita, che esso solitamente indossava. Nel Natale del 1960, nella Epifania, nella Pasqua e nella Pentecoste del 1961 ruppe la tradizione che perdurava da ben oltre quaranta anni, la quale riservava a Padre Pio la celebrazione dei riti in quelle particolari solennità religiose, per fare esso stesso il celebrante, episodio che - come si è visto – fortemente interessò la stampa nazionale. Tolse ogni carattere di solennità alle date del “genetliaco” (onomastico, anniversario della professione monastica, consacrazione sacerdotale …), occasioni nelle quali è generale abitudine dei cattolici e fedeli praticanti, nel manifestare la loro gratitudine, stima ed affetto ai loro rispettivi sacerdoti, e che a San Giovanni Rotondo da vari lustri si celebrava con particolare e sentita solennità nei confronti del Padre. Nel primo periodo del suo incarico di “guardiano-carceriere”, padre Rosario tolse ogni facoltà a Padre Pio nel battezzare e celebrare matrimoni, anche se successivamente gliela restituì … ma solo ed unicamente per farne strumento di preferenza e di favore ad esclusivo beneficio dei suoi complici, spie e preferiti. Durante la stagione invernale vietò l’impiego dell’impianto di riscaldamento nella nuova chiesa, e durante l’estate quello dell’aria condizionata. Inoltre respinse la supplica dei fedeli che chiedevano la celebrazione della Messa nella piccola chiesa del Convento, più riparata dalle correnti d’aria, e che invece facevano gelare in quella nuova. Sospese la Messa delle ore 11, alla quale era solito assistere Padre Pio, dai matronei. Sospese diverse pratiche liturgiche in uso nella Chiesa universale ( I° venerdì del mese; Santo Rosario della domenica; 15 sabati della Madonna del Rosario …), tutte pratiche che facevano della Basilica della Madonna delle Grazie di San Giovanni Rotondo, un centro unico di vita spirituale. Fece divieto ai religiosi ed ai sacerdoti di servire la Messa a Padre Pio, ed inoltre ai sacerdoti forestieri di celebrare sull’altare del Padre. Con lo strumento e l’arma dell’obbedienza, accadde che impose addirittura a Padre Pio di dare consigli e suggerimenti “particolari”, per interferire su fatti e persone che non erano di suo gradimento, cercando così di sabotare l’amministrazione della clinica e l’attività di tutti coloro che in essa vi lavoravano, a difesa del Padre. D’altronde, il pensiero di padre Rosario su Padre Pio riassumeva lo stesso identico pensiero dei suoi Superiori, quando qualificava il Padre come uno “squilibrato”, “un rimbambito”, “un frate qualunque”, condannando senza appello chi come lui non si dimostrasse “indifferente” nei confronti di Padre Pio. Apertamente dissuadeva i visitatori dal recarsi a San Giovanni Rotondo e spesso diceva : ” … se dessero retta a me, non verrebbe nessuno!” , negando con rozza protervia ed arroganza la presenza dei tanti e meravigliosi doni mistici in Padre Pio. Padre Rosario da Aliminusa, fin dal suo primo apparire a San Giovanni Rotondo, si occupò e si preoccupò nel persuadere i religiosi ed i fedeli che egli era “il padrone di Padre Pio” … e del Convento, ma se questo era il suo pensiero egli - trascinato dal suo “zelo” - si lasciò trasportare oltre i confini del Diritto Canonico, del Codice Penale italiano e dei più elementari diritti umani, come stanno a dimostrare decine di denunce e querele alla Magistratura italiana ed alla Autorità religiosa. Il suo slogan preferito era : ”… quelli di Roma comandano a Roma, quelli di Foggia comandano a Foggia … e qui comando io !”, ed a San Giovanni Rotondo tutti lo avevano imparato a memoria, dalla sua stessa bocca. L’Arcivescovo di Manfredonia( monsignor Andrea Cesarano, al quale giungevano lamenti e denunce da parte degli oppressi e dagli esplicitamente offesi fedeli), lo definiva “il maffioso” (ndr : con due effe), perché esso aveva creato una vera e propria catena di spionaggio - in Convento e nel paese - perché nulla potesse sfuggire al suo ferreo controllo, radunando accanto a sé ed al suo fianco tutti coloro che avevano collaborato con Maccari nel costruire le false accuse di immoralità a carico di Padre Pio, di cattiva amministrazione della clinica, di fanatismo e di mercimonio. Prima della denuncia all’opinione pubblica dei registratori-spia nel confessionale del Padre, egli usciva dal Convento esclusivamente per fare visita al padre Giustino ed a frate Masseo, a San Severo : gli “operatori dei registratori”. Un altro gravissimo episodio - che può ben e meglio delineare lo “scrupoloso zelo” di padre Rosario - è quello occorso nella giornata del 17 novembre 1961 : nel pomeriggio di quella fredda giornata invernale, il Ministro Generale dell’Ordine
( Padre Clemente da Milwaukee), il Definitore Generale (Padre Bonaventura da Pavullo), il nuovo Provinciale della Curia di Foggia( Padre Torquato da Lecore) ed il Guardiano del Convento di Santa Maria delle Grazie (padre Rosario da Aliminusa, il “carceriere” di San Giovanni Rotondo) si recano collegialmente nella cameretta di Padre Pio. Il frate sta pregando, quando viene improvvisamente interrotto nelle sue orazioni : la porta della sua celletta si apre bruscamente, ed ancora più bruscamente il Ministro Generale - seguito dal suo scodinzolante codazzo - ordina al Padre (in nome sempre della “Santa Obbedienza”) di firmargli una immediata “girata in bianco ” di tutte le azioni della “Casa Sollievo della Sofferenza”, che saranno poi custodite dallo I.O.R., la potente Banca Vaticana. Dopo una breve esitazione, Padre Pio china la testa con umiltà … e firma. Lo scopo finale di questa crudele ed inumana commedia era quello di impossessarsi degli ingenti capitali della “Casa Sollievo della Sofferenza”, ed anche in questo padre Rosario aveva ben assolto i suoi precisi incarichi personali. A seguito di quel simoniaco e doloroso ordine imposto dalla più alta carica dell’Ordine cappuccino, appena due settimane dopo e verso la fine di quell’anno 1961, in un pomeriggio freddo ed angoscioso ( com’erano tutti i pomeriggi di quell’epoca, a San Giovanni Rotondo), un gruppo di ansiosi fedeli del povero frate stigmatizzato e crocifisso riesce miracolosamente ad avvicinare il Padre – dopo le funzioni vespertine – per baciargli le mani : in quel gruppo vi era Giuseppe Pagnossin, un ricco industriale veneto che aveva venduto la sua fabbrica di ceramiche e di maioliche per stare accanto a Padre Pio, con assoluta libertà di tempo e di coscienza. Ad un tratto, il Padre si voltò verso di lui e – con una espressione di accorata fermezza – brevemente gli disse : “Va’ a prendere Brunatto e riportalo in Italia!” “ … e chi è Brunatto ?” – gli rispose con altrettanta ferma sorpresa Pagnossin. “Informati”, fu la laconica risposta di Padre Pio. Non c’era e non vi fu altro da dire : il Padre aveva già alzato la sua mano guantata per una frettolosa ma commossa benedizione a quelle sue anime fedeli, incamminandosi dolorosamente sui suoi poveri piedi piagati, per rientrare infine nella sua celletta del Convento, la numero 5. Pagnossin era assolutamente determinato nell’eseguire quella strana e misteriosa richiesta, quasi un perentorio comando, qualunque cosa costasse e quali che fossero gli ostacoli, ma … chi era Brunatto? Si trattava innanzitutto di informarsi sulla identità del personaggio che rispondeva a quel nome in quella stessa serata, a San Giovanni Rotondo, dove molti ancora lo conoscevano e se lo ricordavano bene. Si sapeva anche che stava in Francia, dove però precisamente nessuno sapeva dire con certezza. Morcaldi stesso non conosceva ne l’indirizzo e ne il recapito esatto, ma era sicuro che si trovasse a Parigi. Attraverso le notizie che era venuto frettolosamente a sapere, Pagnossin capì chi era Brunatto, perché molti, tanti paesani da lui interpellati per risolvere questo mistero, ripetevano la qualifica che esso stesso si era attribuita di “figlio primogenito”, e all’ex industriale veneto non interessò altro : era anch’esso un “figlio” di Padre Pio. Impiega diversi giorni nell’affannosa ricerca, finalmente riesce a mettersi in contatto con “ù francise” e alla fine i due combinano un appuntamento a Parigi, nella Chiesa di “Notre Dame des Victoires” : Pagnossin accompagnato dal dottor Giuseppe Gusso, Brunatto da solo, gli uni davanti agli altri, facendo una reciproca conoscenza senza inutili preamboli, tutti riconoscendosi nel nome della fede e della assoluta fedeltà a Padre Pio. Non ci fu bisogno di molte parole, e l’ambasciata fu immediatamente trasmessa … ed immediatamente accettata : “Ho l’ordine di Padre Pio di riportarla in Italia”, gli comunicò brevemente Pagnossin, ed il Brunatto – che non chiedeva né il movente né il fine di quell’ordine – nella stessa maniera rispose : “Se questo è l’ordine del Padre … eccomi : sono pronto a seguirla”, aggiungendo soltanto : “ … quanto tempo mi dà?”. Risponde Pagnossin : “Vanno bene quattro settimane ?”. “Per me vanno bene”, gli risponde Emanuele. Pagnossin allora rientra in Italia e dopo meno di un mese viene fissato l’appuntamento : il 14 gennaio del 1962, alle ore 12, a Nizza, davanti la stazione ferroviaria.

Dopo un rocambolesco e breve viaggio e dopo trenta anni di volontario esilio, il “figlio primogenito” poggiava nuovamente il piede sulla terra italiana, per volere del suo Padre spirituale, al fine di averlo accanto e più vicino in quell’ennesimo e doloroso periodo della sua vita. Pagnossin lo portò quindi a Roma e lo alloggiò all’albergo “Michelangelo”, appena fuori dal colonnato di San Pietro : era il periodo in cui più furiosamente imperversava la campagna di stampa contro Padre Pio, ma soprattutto sul comportamento del Guardiano – padre Rosario da Aliminusa – definito e meglio conosciuto come “il carceriere del crocifisso del Gargano”, e fu per questo motivo che Emanuele decise quindi di scrivere e preparare una breve sintesi della relazione medica del professor Festa, da inserire nel suo nuovo libro titolato “Israele mio primogenito” , pubblicazione che Emanuele volle fortemente stampare e mettere su carta, contro il tentativo di riprodurre i dubbi sull’autenticità delle stigmate di Padre Pio, che avevano costituito uno dei motivi della prima persecuzione e che erano stati riproposti nella seconda : le “così dette stigmate”, oppure “il mito delle stigmate”, come le aveva chiamate monsignor Carlo Maccari nel corso della sua Visita Apostolica. Questa piccola e scarna “brochure” venne distribuita ed inviata in migliaia di copie, per fare giustizia sulle antiche e sulle nuove calunnie (riesumate ad arte e con il medesimo scopo di allora), e lo scritto di Emanuele ebbe anche una commuovente prefazione del dottor Giuseppe Gusso, che negli anni a venire divenne Direttore sanitario della “Casa Sollievo della Sofferenza”. Lo scritto non conteneva alcunché di polemico ( tant’è che la “Relazione Festa”, sulla quale si incentrava la pubblicazione di Brunatto, è stata più volte ripresa – anche integralmente - dal periodico “La Voce di Padre Pio”, edito negli anni ’70 dagli stessi frati cappuccini del Convento di S. Maria delle Grazie), ma allora venne considerato un documento proibito, o quanto meno sconveniente : ogni pur piccola difesa di Padre Pio, era considerata una sorta di apologia di reato. Ne fa infatti fede la lettera di risposta che il Guardiano del Convento di San Giovanni Rotondo (padre Rosario da Aliminusa, il “carceriere “ siciliano di Padre Pio) , inviò al dottor Gusso, il 7 febbraio del 1962. Il comportamento di padre Rosario nei riguardi dei fedeli che risiedevano in paese in quegli anni - o che vi giungevano, dopo un lungo e faticoso viaggio - manifestava un uomo gelido, arido, un povero infelice, senza alcun cuore o pietà, per cui da tutti era comunemente chiamato “carceriere di Padre Pio ”, “poliziotto del Santo Uffizio”, non guardiano bensì “guarda- ciurma”, “aguzzino di Padre Pio”, “secondino”, “inquisitore”, ma la qualifica più diffusa e gettonata da tutti lo denominava come “il turco”. Innumerevoli episodi lo qualificarono come un falso ed uno spergiuro, ed un classico esempio si riferisce al fatto che egli si rivolse al Vescovo di Manfredonia per ottenere un documento … ma lo voleva retrodatato, per difendersi da una querela da parte del sacerdote don Attilio Negrisolo, che successivamente denunciò il tutto tramite una lettera inviata da quest’ultimo allo stesso Vescovo monsignor Andrea Cesarano, in data 4 gennaio 1963. Altre dichiarazioni spontanee di diversi fedeli comprovavano come il “guardiano-carceriere si dimostrasse particolarmente villano e grossolano con Padre Pio per interromperlo - molte volte in maniera rude, improvvisa e repentina - durante la recita della preghiera dell’ “Angelus”, a mezzogiorno, in presenza dei suoi numerosi fedeli, e spesso lo spiava per sorprendere le persone che cercavano di conferire con lui, umiliandolo pubblicamente con gesti e parole a volte volgari, con frasi del tipo :“… avanti, Padre Pio!”, “… presto, Padre Pio!”, “… svelto, Padre Pio!” , “… ma quante volte debbo ripetere che non si deve ! ”, così come traspare dalla dichiarazione della signora Maria Adelaide Cianferoni, in data 2 febbraio 1962 :
“Da persona degna di fede ho appreso quanto dichiaro a scopo di bene: Il fatto è accaduto in questo ultimo tempo, mentre è Superiore del Convento di S. Giovanni Rotondo padre Rosario : Padre Pio sostava nel corridoio del Convento con due stranieri ( svizzeri) ascoltando le loro confidenze. Si fece avanti il Superiore. Il Padre Pio – deferentemente – si tolse il cappuccio che teneva in testa per difendersi dalla forte corrente che circolava nel corridoio. Il Superiore si fermò, senza la presenza né l’attenzione di dire al Padre Pio di ricoprirsi. Indi con fare brusco, congedò i forestieri dicendo al Padre Pio : “Avanti, Padre Pio !”, nel senso di troncare subito tutto. In fede di quanto ho scritto ed appreso, S. Giovanni Rotondo 2 febbraio 1962. Maria A. Cianferoni “


Il “carceriere” dimostra però una particolare avversione contro i fedeli che giungono numerosi da Padova, e parecchi dei quali egli ha privato della confessione con Padre Pio, vietando loro di mettere addirittura piede nel Convento e di avvicinare il Padre, arrivando addirittura sino alla loro espulsione dalla Chiesa … fatto che gli procurò una decina di querele e di denunce alle Autorità religiose e civili. Il piano che i vertici vaticani avevano affidato a padre Rosario – oltre alla segregazione e alla carcerazione di Padre Pio – contemplava anche la soffocazione del continuo ed incessante movimento di fedeli verso l’eremo di quel piccolo paesino nelle Puglie, per creare il deserto attorno al Convento ove era rinchiuso il Padre cercando -con ogni mezzo a sua disposizione - nel far discendere sui frati e sui fedeli il suo inequivocabile e personale disprezzo nei confronti dell’umile monaco stigmatizzato pietrelcinese.
Escogitò iniziative e pretesti vari e variegati, per “stancare” i fedeli dal frequentare San Giovanni Rotondo, per arrivare a far decidere - a chi vi aveva fissato la propria residenza per rimanere accanto al Padre - nel ritornare ai loro rispettivi paesi di provenienza, facendo così diminuire le presenze dei visitatori di oltre due terzi, secondo le stime degli albergatori dell’epoca. Egli, ogni mattina, sotto il pretesto degli ordini ricevuti, attraverso l’altoparlante e con voce da comiziante, umiliava la folla che attendeva alle porte della Chiesa, almeno per una buona mezz’ora, magari sotto la pioggia, il vento gelido che soffia nel Gargano e le sue bufere invernali, come nei -15 ° c. di quella stagione freddissima. Di più, si è “divertito” anche nel cambiare orario tutte le mattine, per diverso tempo, sempre per stancare e fiaccare i tanti fedeli, e questo senza alcun rispetto neppure per gli ammalati ed i pazienti della clinica, che venivano svegliati prima delle cinque del mattino affinché potessero assistere alle funzioni religiose. Le più futili occasioni servivano per togliere la confessione di Padre Pio, senza alcun motivo canonico, e sono sempre decine e decine le denunce e le querele con cui hanno reagito i fedeli : la signorina Nerina Favretto, il 21 gennaio del 1961 fu privata della confessione perché “guardava Padre Pio”, così come la signorina Mori; al professore e dottore Giovanni Siena perché redattore del periodico “l’Arcangelo”; alla dottoressa Elsa Bertuetti perché nella sua edicola vendeva il periodico penale “Legge e Giustizia” ( ndr : sul quale scriveva Emanuele Brunatto, in maniera feroce e polemica); allo studente universitario Agostino Tabacci perché teste in un processo contro di lui; al signor Giovanni Scarparo di Padova perché rispose con una querela al foro di Foggia; al signor Giancarlo Zanetti di Padova perché lo querelò; alla nobile spagnola Emanuela Gomez de Teran perché segretaria privata di Emanuele Brunatto, nel periodo seguente al suo ritorno in Italia, e che si rivolse poi alla autorità giudiziaria … e di moltissimi altri ancora. Il suo “zelo” lo portò oltre i confini del Codice Penale, con conseguenti querele per ingiurie, diffamazione e violenza privata, come per esempio per la querela presentata alla questura di Milano il 28 aprile 1962, quella inoltrata al Pretore di San Giovanni Rotondo il 26 luglio dello stesso anno, quella al Procuratore di Foggia del 6 marzo del 1963 … e l’elenco potrebbe continuare ancora ! Anziché favorire i fedeli verso i sacramenti ( come avrebbe dovuto fare un frate francescano), egli furbescamente si adoperava per allontanarli dalla sana abitudine della comunione quotidiana, e di proposito la ritardava mediante un orario ed un programma abilmente studiato per costringere i fedeli ad andarsene. Si doveva attendere anche un’ ora per turno, perché voleva distribuirla da solo, con ostentata lentezza, ma soprattutto farcita con un suo penoso e quotidiano predicozzo verbale, alla fine della Messa del Padre. Tra le centinaia di persone che fissarono la loro dimora e residenza attorno al Convento dove era imprigionato Padre Pio, non vi è stato nessuno che non abbia avuto una particolare vicenda di angherie, sospetti, dispetti, dispiaceri, umiliazioni, ingiustizie nei loro confronti, consumate tutte dal guardiano “zelante”. Abusava vigliaccamente dei più semplici e dei più ingenui per sfogare la sua cattiveria disgustosa, accusandoli ingiustamente e molte volte anche minacciandoli, ed ai confratelli fece pure esplicito divieto nel portare la comunione agli ammalati, fuori dal Convento, com’era inveterata abitudine di quei tempi. Quando venne finalmente rimosso dal suo incarico ( ndr : il 23 gennaio del 1964), Padre Rosario da Aliminusa venne allora immediatamente promosso “Procuratore Generale” dell’Ordine dei Cappuccini ( ndr : “promoveatur ut admoveatur”), e le ultime sue notizie risalgono ad una spinosa faccenda di plagio e di censura, di segreti violati e di dossier divulgati “senza alcun benestare dalla Curia generalizia”, in seguito all’articolo uscito in stampa l’8 marzo del 1975 da “Il Settimanale”, dall’eloquente titolo “Padre Pio – si combatte a colpi di dossier “, e dall’ancor più eloquente sottotitolo “Divampa l’ultima battaglia sul ‘caso’ del frate taumaturgo. I Padri cappuccini sono divisi in fazioni rivali : è vero o no che Padre Pio fu perseguitato?” : “Un diluvio di lettere anonime, accuse di plagio, imprimatur prima dati e poi ritirati, libri appena editi al macero, denunce di violazioni di segreti del Santo Uffizio, una tesi di laurea alla “Gregoriana” tolta dalla circolazione ( “Fui chiamato in Consiglio Definitoriale e mi fu detto di non darla ad alcuno” racconta Padre Gerardo Saldutto, un giovane monaco addottoratosi in teologia con uno studio sulle prime persecuzioni subite da padre Pio da Pietrelcina), la Curia generalizia in lotta con la provincia monastica di Foggia, “obbedienze” contestate, ribellioni aperte, due frati biografi di un loro confratello prossimo a diventar santo che si fronteggiano senza esclusione di colpi : è l’ultima battaglia di una lunga ostilità che, sul “caso Padre Pio” ha diviso e continua a dividere i Cappuccini, l’Ordine più mansueto della Chiesa. Materia del contendere è l’opportunità di ammettere ( come ammisero anche due cardinali, Lercaro e Siri) che Padre Pio fu perseguitato. La grana esplosa clamorosamente, per chi ancora non la fiutava, il pomeriggio del 27 luglio del 1974, alla tipografia “Leone” di Foggia, dove era in corso di stampa quella che inizialmente avrebbe dovuto essere la biografia critica ufficiale per la causa di beatificazione di Padre Pio, un volumone di 894 pagine dal titolo “Padre Pio da Pietrelcina, un cireneo per tutti”, scritto appassionatamente da un cappuccino di Foggia, Padre Alessandro da Ripabottoni, che aveva per la prima volta attinto anche a documenti scabrosi sino ad allora utilizzati soltanto da laici. La pubblicazione aveva ben tre imprimatur, compreso quello del vescovo. Ma quando le gerarchie cappuccine lo lessero, invitarono prima il biografo ad una maggiore cautela e poi lo sostituirono con un altro scrittore ufficiale di maggior fiducia, il veneto Padre Fernando da Riese Pio X, che si mise al lavoro di gran lena e in sei mesi preparò un libro-riassunto di 500 pagine, uscito recentemente con il titolo “Padre Pio da Pietrelcina, crocefisso senza croce”, a cura della Postulazione Generale dei Cappuccini e munito di due ‘nihil obstat’ ( della Congregazione dei Santi e della Curia Generale) e dell’imprimatur del Vicariato di Roma. Un lavoro meno impegnativo e, ovviamente, più edulcorato :”Un lavoro – sostiene il biografo spodestato Padre Alessandro da Ripabottoni – saccheggiato dal mio”. Quel 27 luglio 1974 a Foggia dunque, si precipitò da Roma Padre Rosario d’Aliminusa, siciliano, un robusto frate che fu guardiano del Convento di San Giovanni Rotondo subito dopo l’ ”inchiesta Maccari”, ordinata da Giovanni XXIII che, per aver amministrato le misure restrittive decise contro Padre Pio ed i suoi ‘fedelissimi’, era stato soprannominato polemicamente “il carceriere”. Padre Rosario piombò in tipografia, gridando: “Tutto al macero, sennò si rischia di compromettere la causa di beatificazione di Padre Pio”. Vennero ‘bruciate’ mille copie. Ma Padre Alessandro da Ripabottoni, sostenuto dai suoi superiori provinciali, non si arrese. Revocati gli imprimatur, il costoso libro fu stampato egualmente a spese del ‘Centro Culturale Francescano’ di Foggia. E difatti attualmente del suo volume sono in circolazione due edizioni : una rarissima con gli iniziali crismi, ed una di divulgazione popolare, senza il ‘benestare’ della Curia Generalizia. Qualche mese dopo, a Roma, usciva la biografia ufficiale autorizzata di Padre Fernando da Riese Pio X, considerato ‘unico documento’ dell’Ordine, da consegnare alla Sacra Congregazione dei Santi, per la causa di beatificazione di Padre Pio. Segreti violati. Cominciava la ‘guerra dei dossier’. Una cronistoria della vicenda in dieci cartelle dattiloscritte, divisa in due parti (‘Le intenzioni e i fatti’ ed ‘Il diritto dei vinti’) veniva ciclostilata dai sostenitori di Padre Alessandro e distribuita in centinaia di copie, per accusare padre Fernando e la Curia Generalizia, mentre in data 18 gennaio 1975 giungeva alla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, una denuncia in cui si sosteneva che erano stati persino violati alcuni segreti custoditi dal Santo Uffizio. “Da questa poco edificante guerra (sostiene Giuseppe Pagnossin, un ex industriale di Padova che ha dedicato tutta la sua attività e le sue risorse economiche alla raccolta dei documenti e delle testimonianze in difesa di Padre Pio, di cui è un convertito, e che sta preparando un clamoroso ‘dossier laico’ su tutti i retroscena di San Giovanni Rotondo ) risulta chiaro che ancora una volta, Padre Pio non può contare sui suoi confratelli, bensì sulla gratitudine ed il coraggio di chi - avendo ricevuto da lui soltanto del bene - gli ha voluto bene anche quando era pericoloso volerglielo”.
Termino con l’inserimento dei brevi cenni biografici ufficiali di Padre Rosario da Aliminusa, così come ancora oggi appare nel sito del Convento-santuario dei Frati Minori Cappuccini ‘San Pio da Pietrelcina’ , nella sezione “I superiori locali”. Biografia peraltro pateticamente e volutamente carente, anche e soprattutto nei riguardi del suo precedente “incarico” : la difesa dei “Frati a lupara” di Mazzarino, un altro pesante, dimenticato e scandaloso accadimento dell’agosto 1957, conclusosi definitivamente con la Sentenza di terzo grado della Corte di Assise d’Appello di Perugia del 28 giugno 1966. Episodio che sarà trattato successivamente su questo sito, dedicato ad Emanuele Brunatto, primo figlio spirituale di san Padre Pio da Petrelcina.

Padre Rosario da Aliminusa


Al secolo Francesco Pasquale, nacque il 19 dicembre 1914. Ordinato sacerdote il 29 giugno 1937 nella religiosa provincia cappuccina di Palermo, conobbe Padre Pio nel 1958. Fu suo superiore locale dal 18 settembre 1960 al 23 gennaio 1964. Durante gli anni della sua permanenza a San Giovanni Rotondo, esercitò l'ufficio conferitogli con grande carità e fermezza. Sincero ammiratore del Servo di Dio, ha lasciato numerosi scritti in cui sono esposti i vari problemi di quegli anni e viene fatta una radiografia pressoché completa della figura di Padre Pio, del suo metodo di vita, delle sue virtù e dei suoi doni carismatici. Terminato il periodo del suo superiorato presso la comunità religiosa di San Giovanni Rotondo, venne nominato Procuratore Generale dell’ Ordine e si trasferì a Roma. Morì a Palermo il 4 dicembre 1983.


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