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La vicenda dei “frati a lupara” di Mazzarino


Questa ennesima scabrosa vicenda nasce e trae spunto dall’episodio delittuoso occorso nella sera del 15 maggio del 1958 in contrada “Prato”, a pochi chilometri da Mazzarino in provincia di Siracusa, giorno nel quale un ricco possidente del luogo ( il barone Angelo Cannada) in compagnia della moglie Eleonora Sapio e del suo autista personale Paolo Mallia, furono affrontati da due sconosciuti malviventi dal volto coperto con dei passamontagna. L’aggressione al barone Cannada - poi finita tragicamente - avvenne dunque sulla strada provinciale che congiungeva il piccolo paese di Mazzarino con quello più grande di Gela, alla fine di una giornata trascorsa in campagna sui vasti possedimenti del facoltoso proprietario terriero siciliano, e sulla via di ritorno per Mazzarino i due malfattori affrontarono l’ignaro terzetto, ed alla successiva domanda rivoltagli dalla impaurita moglie del cavalier Cannada :”Cosa volete da noi ?” uno dei banditi seccamente le rispose : “Lei lo sa bene cosa vogliamo!” Secondo il racconto dei due sopravvissuti alla vicenda di puro stile mafioso, il più alto dei due aggressori aveva poi obbligato il cavaliere Cannada a percorrere con lui un piccolo viottolo di campagna adiacente al luogo dell’agguato, e dopo averlo fatto piegare in avanti con il corpo gli aveva esploso contro due colpi di fucile (ndr : un vecchio moschetto tedesco) in fondo alla schiena, colpendolo nella zona ischiatica della coscia destra. Il barone - prontamente soccorso e trasportato all’ospedale cittadino - dopo circa un’ora dal suo ricovero cessava di vivere, a causa della copiosa e grande quantità di sangue perduto dalla zona maciullata dai pallettoni. Le successive e seguenti indagini dei carabinieri - compiute e coordinate dal maresciallo Sebastiano Di Stefano – furono intensissime e si diramarono per ogni dove, ed una vasta zona del territorio circostante fu battuta palmo per palmo, ma senza sortire alcun risultato concreto per le indagini. Furono operati diversi fermi ed interrogate decine di persone sospette del luogo, ma non si riuscì a cavare un così detto “ragno dal buco”.

Le indagini dell’Arma consentirono però di appurare che in precedenza, il barone Cannada aveva ricevuto alcune lettere anonime, tra il mese di settembre e quello di novembre del 1957, missive nelle quali – pena la morte – gli si ingiungeva di consegnare la somma di 10 milioni di lire prima - e di 6 milioni dopo – al padre Carmelo del Convento dei frati cappuccini di Mazzarino, il quale a sua volta avrebbe dovuto consegnare l’intera somma estorsiva ad una non meglio precisata persona che gliene aveva fatto precedentemente richiesta. Nella prima lettera si poteva leggere questo : “Si informa la Vostra Signoria di volere dare questo piccolo contributo offrendo la somma di dieci milioni. Se questa somma non intendete darla è nostra intenzione prenderci vostra moglie col vostro bambino. Se date conoscenza di questo fatto alla polizia, da voi non si presenta più nessuno e pagheremo noi Vostra Signoria con una raffica di mitra. Facile che il nostro personale si presenta a voi stesso se non dovete pregare un sacerdote di vostra conoscenza e fiducia che sia segreto. Ci è stato detto che un cappuccino con la barba bianca frequenta la vostra casa e si chiama Patri Carmelo.

” La seconda lettera di “sollecito” era così concepita : “ Egregio Cavaliere, non vi distruggiamo per non dire che siamo di mal cuore, però tenete presente che non avrete mai un’ora di pace né voi e nemmeno vostra moglie e figlio, e se voi non mandate questa somma vi vendete la vita e per il nostro carattere abbiamo parlato troppo e vi daremo una settimana di tempo, altrimenti penseremo noi a fare cosa rapidamente.” La corrispondenza fu abbastanza fitta, tant’è che il 2 di ottobre del 1957 al cavaliere Cannada giunse questa terza lettera : “A quando ci sembra si trova con la testa un po’ dura, ma noi cercheremo il mezzo per farla ammorbidire, e se entro tre giorni non vengono consegnati dieci milioni lo sappiamo noi quello che dobbiamo fare e questa somma la dovete consegnare a padre Carmelo dei cappuccini e penseremo noi a prendere anche lui … avete capito?” Ma poiché il Cannada – a quanto si doveva appurare più tardi – non era disposto a mollare una cifra così ingente ma soltanto 100-250 mila lire, i ricattatori - informati da ‘patri Carmelo’- erano tornati alla carica con una quarta lettera, datata 10 novembre 1957 : “Caro cavaliere, se crede di indovinare la strada giusta per la somma di sei milioni, e se volete che non vi togliamo la vita a tutta la famiglia, ci abbiamo i conti e il totale di ognuno vale due milioni. Cavalieri, sta a voi scegliere.” Poiché l’unico elemento concreto dell’indagine era rappresentato dal nome di padre Carmelo, questi riferì al comandante della locale stazione dei carabinieri che una sera, nel periodo in cui il cavaliere Cannada aveva ricevuto la prima lettera minatoria, era stato avvicinato da uno sconosciuto con il viso coperto da uno scapolare, il quale a bruciapelo gli aveva rivolto alcune strane domande.

Le indagini sull’omicidio e sulle precedenti estorsioni continuarono, e tra l’altro vennero effettuati i sequestri delle tre macchine da scrivere presenti nel Convento dei cappuccini. A tale riguardo va detto che il sottoufficiale dell’Arma aveva fatto eseguire analisi specifiche anche su un numero elevatissimo di macchine da scrivere esistenti nel paese di Mazzarino, ma che soltanto la macchina ‘Olivetti lettera 22’ di proprietà di padre Vittorio, aveva una perfetta rispondenza coi caratteri di due delle quattro lettere minatorie. Macchine da scrivere furono anche cercate nel terreno dell’orto dei frati, con un apparecchio rivelatore di mine, ma senza sortire alcun risultato utile alle indagini.


Da quello che emerge e risulta dall’ultima indagine che effettuò Emanuele Brunatto, prima della sua improvvisa e misteriosa morte avvenuta la notte tra il 9 e il 10 febbraio del 1965, i padri Cappuccini del Convento di Mazzarino - all’epoca di questo sconcertante episodio che lo rese tristemente celebre presso l’opinione pubblica nazionale - erano : Padre Agrippino (al secolo Antonio Ialuna, nato il 13 marzo del 1923 a Mineo); Padre Carmelo (al secolo Luigi Galizia, nato il 15 gennaio del 1887 a Mazzarino); Padre Venanzio (al secolo Liborio Marotta, nato il 23 maggio del 1891 a Mazzarino); Padre Vittorio (al secolo Ugo Bonvissuto, nato il 12 marzo del 1920 a Gela) e Padre Benigno (al secolo Giovanni Occhipinti, nato il 15 ottobre del 1910 a Ragusa). Il Convento di Mazzarino dipendeva dalla Curia Provincializia di Siracusa, il cui Provinciale era Padre Sebastiano d’Agira che - come ebbe lui stesso a dichiarare in Tribunale a Messina - aveva operato con il “Banchiere di Dio”, il commendatore Giovanbattista Giuffrè di Imola, perdendo alcune decine di milioni : 25, per esattezza e completezza di informazione. Tornando al Convento di Mazzarino, un frate di questo monastero cappuccino siciliano ( padre Benigno da Ragusa) aveva per diversi anni coltivato una relazione illecita con una sua penitente ( la signora Pasqualina Tasca di Mazzarino), e agli atti processuali del Tribunale di Caltanissetta vi sono depositate le lettere immorali e nauseabonde che documentavano l’illecito commesso da Padre Benigno, che aveva fatto i corridoi, le sacrestie e il campanile della Chiesa del suo Convento, i luoghi preferiti dei suoi immorali convegni amorosi. Nel prosieguo delle pazienti e tenaci indagini compiute dall’Arma dei carabinieri - e durante gli interrogatori seguenti - emersero ingenue ma nel contempo pesanti e sospette contraddizioni nelle dichiarazioni rese dai frati del Convento, che furono quindi rinviati a giudizio il 16 febbraio del 1960 dal procuratore della Repubblica Lamia, assieme al così detto “gruppo laico” di Mazzarino, nelle persone di : Filippo Nicoletti (Barrafranca – 1 giugno 1941); Giuseppe Sallemi (Mazzarino – 22 gennaio 1927); Gerolamo Azzolina ( Mazzarino – 8 settembre 1934), il fratello minore di quest’ultimo, Filippo Azzolina ( Mazzarino – 17 giugno 1921) e Carmelo Lo Bartolo, ortolano del Convento all’epoca dei fatti delittuosi.

L’ordine di cattura per tutti gli imputati si basava sulle accuse di associazione per delinquere, simulazione di reato, omicidio, estorsioni plurime aggravate e violenze private,e quando in paese iniziò sommessamente a circolare la voce che i frati del Convento erano anch’essi implicati in una storia terrificante, che aveva come fulcro una lunga serie di lettere minatorie con le quali si ingiungeva di pagare grosse somme di denaro ai maggiorenti in odore di mafia del paesello di ventimila abitanti e a circa quaranta chilometri circa da Caltanissetta, furono in molti a non credervi. Ma le prove iniziali raccolte in giro tra la gente del luogo avevano ora debolmente spezzato il muro di omertà, e questa tipica consuetudine - non solo meridionale - crollò definitivamente soltanto quando la banda mafiosa colpì a colpi di lupara il vigile urbano Giovanni Stuppia, perché “sapeva troppo”. Si scoprì il fucile che era servito all’attentato ed emerse dall’ombra la figura di Carmine Lo Bartolo, che era l’ortolano del Convento nonché l’uomo tutto-fare e di fiducia dei frati di Mazzarino, “… un contadino gigantesco, robusto come un bue, furbo, intrigante ma semi-analfabeta” : questo è il ritratto che ne fecero i cronisti del tempo. Quest’ultimo fu arrestato a Genova, dopo che si era velocemente allontanato dal piccolo centro siciliano, e si comprese immediatamente che esso era l’uomo-chiave dell’intera losca vicenda di taglieggiamenti, ricatti, abigeato,estorsioni, violenze, rapimenti ed uccisioni. Peccato che un bel giorno lo si trovò cadavere nel carcere di Caltanissetta, dove era stato tradotto dopo il suo arresto … ed alcuni allora cominciarono a ricordare, nonché a parlare.

La prima persona che ruppe questo fronte del silenzio - imposto dalla paura e dal sospetto che gravava sull’intero circondario - fu il dottore Vittorio Mattina, pretore a Villalba e a Barrafranca, che denunciò con sua moglie Nella Schwarz il 28 aprile del 1959, il furto di due buoi, una vacca da latte ed un vitellino, che custodivano nella loro fattoria in contrada “Creti” di Piazza Armerina. Poi fu la volta di Giuseppe Polara, a cui furono sottratti - il 27 aprile del 1958 - cinque bovini che egli aveva in contrada “Cataudo” a Butera; così come Giovanni Paolella, un altro agricoltore vittima del furto avvenuto lo stesso e medesimo 27 aprile, ma del 1959 - alla periferia di Gela - di 59 pecore, una capra e quattro agnelli; oppure come il barone Giuseppe Bartoli, al quale furono indirizzate numerose lettere anonime per indurlo a sborsare ingenti somme di denaro, senza che i malviventi riuscissero però a conseguire il loro intento criminale per circostanze indipendenti dalla loro volontà, raccontando inoltre per la prima volta il fatto che sia lui – nel 1954 – che suo padre – nel 1956 – furono sequestrati da alcuni banditi, e liberati in seguito al pagamento di una forte somma di denaro. Nell’agosto del 1958 - tre soli mesi dopo l’assassinio del barone Cannada - la signora Eleonora Sapio, vedova di quest’ultimo, ricevette altre lettere minatorie in cui - sotto la minaccia di morte di lei e di suo figlio - le si imponeva il pagamento di dieci milioni di lire. Essa si rivolse allora al fratello il quale ebbe vari incontri col padre Carmelo, in quanto nelle lettere le si imponeva di consegnare i soldi “al solito” … che era per l’appunto il padre Carmelo. Quest’ultimo in persona trattò la estorsione, riducendola prima a quattro, ed in ultima istanza accontentandosi di un solo milione (!), agendo – secondo l’espressione del fratello della vedova Cannada – da vero plenipotenziario.

Fu infatti padre Carmelo stesso che incassò – in due rate successive – un milione dalla signora Sapio, comportandosi in tal modo anche da esattore, e generando la persuasione nei parenti della vittima, di essere il vero mandante ed il responsabile in solido con gli uccisori del loro congiunto. A causa di ciò, la vedova Cannada si costituì come parte civile nel processo contro i frati di Mazzarino ed il loro “gruppo laico”.
Padre Agrippino, dal Convento di Mazzarino, il 2 marzo del 1957 aveva convocato tramite telefonata la signorina Elena Colajanni ( sorella del farmacista di Mazzarino) nella Chiesa del Convento per il giorno seguente, ed il 3 marzo questa si era infatti presentata all’appuntamento con il padre cappuccino che - invitatala in confessionale ed attraverso la grata dello stesso - le comunicò la ingiunzione estorsiva indirizzata al fratello nella consegna di due milioni di lire. Il farmacista - avvertito dalla sorella - si rifiutò nel pagare, ed il 17 marzo scoppiò un improvviso incendio nei locali della sua farmacia.

Qualche giorno dopo padre Agrippino - accompagnato da padre Venanzio - si presentava in farmacia, e disse alla stupefatta signorina Elena : “A suo fratello non è bastato l’incendio della farmacia ?” e il giorno dopo, la sorella del farmacista consegnava a padre Carmelo un milione, nei locali della chiesa del Convento di Mazzarino. Nel marzo del 1959 giunse una seconda lettera estorsiva al farmacista Colajanni, che questa volta prontamente consegnò un altro milione a padre Agrippino. Questo fulgido esempio di carità cristiana aveva un conto in banca intestato a suo nome, senza peraltro avere avuto il permesso dai suoi superiori, e risultò inoltre che aveva dato 300.000 lire a suo fratello sacerdote … con l’interesse del 10% ! Carmelo Lo Bartolo - che come ho già detto era l’ortolano del Convento di Mazzarino - venne arrestato a Genova nel giugno del 1959, mentre era in atto l’istruttoria per i fatti delittuosi precedenti, ed il 2 luglio seguente fu trovato impiccato in carcere. Dalle risultanze dell’inchiesta su questa strana morte avvolta ancora nel mistero (e che ricorda lo strano decesso di Gaspare Pisciotta, compagno, amico e luogotenente del bandito Salvatore Giuliano, noto per essere stato uno dei partecipanti della strage di Portella della Ginestra del primo maggio del 1947, e considerato il responsabile della morte del suo capo. Morì poi avvelenato con una dose di 20 mg. di stricnina propinatagli nel suo caffè, la mattina del 9 febbraio del 1954 nel carcere dell’Ucciardone di Palermo), risultò che un’ora prima egli aveva assistito ad una proiezione cinematografica, in un locale del carcere dove scontava il suo arresto preventivo. Il 24 luglio del 1959, in una lettera da Minneo, padre Agrippino scriveva : “Carissimo Pietro, sto bene. Specialmente dopo il suicidio del delinquente (ndr: il Lo Bartolo) le cose sono mutate, e la gente parla di meno. Tuo padre Agrippino.”
I capi di imputazione proposte dal giudice istruttore ( il dottor Giuseppe La Barbera) a carico dei laici e dei religiosi di Mazzarino furono le seguenti : Padre Carmelo, Padre Agrippino, Padre Venanzio e Padre Vittorio imputati per : a) associazione per delinquere; b) tentato ricatto al possidente Francesco Bonanno di Riesi per due milioni di lire; c) tentato ricatto al possidente Angelo cannada di Mazzarino per diecimilioni di lire; d) ricatto al farmacista Ernesto Colajanni di Mazzarino per due milioni di lire; e) ricatto alla vedova di Angelo Cannada, signora Eleonora Sapio, per un milione di lire; f) tentato ricatto al possidente Giuseppe Bartoli di Mazzarino; g) ricatto a Padre Sebastiano, Padre Provinciale dei cappuccini di Siracusa, per cento mila lire; h) ricatto a Padre Costantino per seicentocinquanta mila lire; i)omicidio preterintenzionale di Angelo Cannada; l) detenzione abusiva di armi; m) aver portato fuori dalla propria abitazione delle armi da fuoco senza licenza dell’autorità. I signori Girolamo Azzolina, Giuseppe Salemi e Filippo Nicoletti imputati per : a) gli stessi reati contestati ai quattro frati cappuccini; b) tentato omicidio nei confronti del vigile urbano Giovanni Stuppia; c) furto in danno di Francesco Bonanno di dieci bovini; d) furto in danno di Vittorio Mattina e Nella Schwarz di quattro bovini; e) furto in danno di Arcangelo Aladi di 40 ovini; f) furto in danno di Giuseppe Polara di 5 bovini; g) tentato omicidio nei confronti del maresciallo dei carabinieri Gino Di Spirito; h) furto in danno di Salvatore Grassiccia di 155 ovini; i) furto in danno di Giovanni Paolella di 64 ovini; l) rapina ai danni di due viaggiatori sconosciuti per 170 mila lire. Filippo Azzolina imputato di : a) falsa testimonianza; b) detenzione abusiva di fucile. Nei confronti di Carmelo Lo Bartolo fu dichiarata estinta l’azione penale perché l’ortolano del Convento si era nel contempo suicidato in carcere, il pomeriggio del 2 luglio del 1959.
Il segretario del Generale dell’Ordine dei cappuccini ( padre Teofilo da Caltanissetta), affidò quindi l’organizzazione della difesa dei frati di Mazzarino al siciliano padre Rosario da Aliminusa. Costui (il cui alto profilo di bontà ed onestà cappuccina è stato ampiamente e ben delineato nella parte a lui corrispondente in questo sito) fu dunque il personaggio al quale l’Ordine dovette infinita ed imperitura gratitudine, per aver contribuito a salvare dalla galera ( perlomeno nel processo di primo grado) quei frati cappuccini che lasciarono ricattare ed ammazzare – in nome di un dubbio “stato di necessità” – il gregge affidato alle loro paterne cure.

Come ricompensa, al padre Rosario da Aliminusa venne poi affidata la cerbera sorveglianza di Padre Pio da Pietrelcina, infliggendogli una prigionia che le nostre epoche umanitarie non consentirebbero nemmeno nei confronti del più irredimibile malfattore.


Il 22 giugno del 1962 si conclusero le udienze di primo grado, con la sentenza di assoluzione per i frati di Mazzarino, e la stampa nazionale giudicò che i frati cappuccini non dovevano poi andare molto fieri della sentenza, ottenuta con il dubbio riconoscimento dello “stato di necessità”, così come appare dal testo di un lungo ed articolato articolo del “Messaggero” del 23 luglio del 1962 , dal titolo “La sentenza sui frati di Mazzarino ha suscitato vivacissime polemiche; Il punto di vista del presidente della Camera, prof. Giovanni Leone – Un discutibile ‘stato di necessità’ – Alcuni aspetti amari della vicenda : Il professor Francesco Carnelutti ed il professor Giovanni Leone, ordinario di diritto processuale penale all’Università di Roma, nonché presidente della Camera dei deputati, sono giunti ai ferri corti : una polemica sorta in seguito ad una “recensione” del venerando maestro al trattato di Leone, si è sviluppata con un crescendo rossiniano, ed ora è arrivata alle parole pesanti, pesantissime, con il commento alla sentenza sui frati di Mazzarino pubblicato su ‘Epoca’ da Leone, e ribadito su ‘Vita’ da Carnelutti con una controreplica su questo ultimo settimanale, del presidente della Camera. Lungi da noi l’idea di entrare nel merito della “recensione” di Carnelutti all’opera di Leone : quando ci si mette – e ci si mette sempre – il venerando maestro sa essere tagliente, e ne sanno qualcosa i suoi contraddittori al processo Pasolini. In ogni modo, lo stesso discorso non può farsi davvero per le polemiche con Giovanni Leone sulla sentenza pronunciata dalla Corte di Assise di Messina, nei confronti dei frati di Mazzarino. A nostro sommesso avviso il professor Leone - sia dal punto di vista giuridico che da quello morale e religioso - ha detto cose esattissime : i frati non debbono andar fieri di una assoluzione ottenuta col riconoscimento dello “stato di necessità” e non debbono affatto dare ascolto a Carnelutti, e cioè che ripresentandosi l’occasione, i frati cappuccini si comportino come fecero a Mazzarino.

Ma al riguardo sarà interessante citare il Leone, il quale ha chiaramente manifestato il suo pensiero, prospettando alcuni sconcertanti quesiti.
“In primo luogo - scrive l’eminente giurista - può riscontrarsi lo stato di necessità nel caso in cui l’azione delittuosa per salvare altri da un grave pericolo, venga compiuta in danno della stessa persona che si tende a salvare? La risposta può essere positiva, ma è accompagnata da notevoli perplessità e comunque da gravi precisazioni. Nella specie, vi è in più un quesito, al quale per mancata conoscenza dei dettagli del processo, non sono in grado di rispondere : e cioè che se per caso il primo degli inviti da parte delle vittime ai frati perché collaborassero in relazione al minacciato ricatto è successivo ad altro episodio sul quale i frati siano comparsi in veste di emissari ricattatori, non è forse pensabile che l’invito rivolto agli stessi dai ricattatori, si porga come già maturata opinione in costoro e che i frati fossero complici, o comunque ‘longa manus’ dei malfattori ? Sicché il rivolgersi a loro non era più l’angosciosa richiesta di consiglio e di aiuto a persone autorevoli o disinteressate, bensì un atto di accostamento alla fonte della minaccia e dell’estorsione ? In secondo luogo - continua Leone - può dirsi attuale un pericolo che si protragga per anni e si rinnovi per episodi distribuiti lungo un largo di anni ? La motivazione della sentenza per quanto è dato giudicare dalle informazioni di stampa risponde, riportandosi anche alla giurisprudenza della Cassazione e ponendo un – per ora – non comprensibile paragone con una infermità cronicizzata. Ed è evidente – anche per il sincero e dovuto rispetto della sentenza e del suo redattore – che il discorso su questo aspetto della causa, non può essere ripreso sulla base di quei sommari cenni, ma esige l’attenta lettura della stessa sentenza. In terzo luogo - prosegue il presidente della Camera - la obiezione che il danno minacciato non era altrimenti evitabile, se non muta nei confronti di una diversa configurazione dello stato di necessità. E qui soccorrono gli atti processuali, per quella parte che è conosciuta attraverso le informazioni di stampa.

Ci riferiamo al fatto che, su esplicita domanda, i frati hanno escluso di aver neppure tentato di informare le autorità, di rivolgersi ai loro superiori per essere allontanati da quel posto, e di non avere neppure per un istante cercato di approfondire la misteriosa rete di ricatti che si stringeva sempre di più attorno al loro Convento che - da pacifico e solenne centro di carità e di amore e da baluardo di giustizia contro le sopraffazioni – si era andato trasformando in una tragica centrale di estorsioni, e di connesse delittuose vicende. Qui sta il nocciolo della questione - conclude Leone - se si dovesse accogliere la tesi dello stato di necessità, bisognerebbe dedurne che dovunque vi è una più o meno potente organizzazione mafiosa o ricattatoria, ivi i conventi, le parrocchie, i centri di magistero religioso e spirituale, invece di resistere ai soprusi ( o per lo meno di tentarlo) e di assistere le vittime- infondendo anche in taluni casi qualche dose di coraggio – debbano supinamente prestarsi a fare da intermediari tra i ricattatori e i ricattati. E si badi – siamo costretti con dolore a rievocare alcuni aspetti amari della vicenda – che le estorsioni uscirono anche dal ristretto ambito di Mazzarino, e per tramite dei frati salirono i gradi della gerarchia religiosa, raggiungendo perfino il padre Provinciale ed altri degnissimi padri cappuccini.” Per aver posto la sua critica a questa sentenza senza precedenti della Corte di Assise di Messina, il professor Leone si è attirato gli strali di Carnelutti, il quale ha osservato che il presidente della camera aveva perduto una ottima occasione per tacere. Naturalmente leone ha risposto per le rime, e persone che conoscono il venerabile maestro, e quindi anche i suoi profondi sentimenti religiosi, affermano che Carnelutti – difendendo i frati di Mazzarino – ha vinto la più brutta causa della sua lunghissima vita forense; una causa che, forse in cuor suo, egli desiderava perdere. Di qui la sua asprezza in una polemica a difesa di un punto di vista alquanto discutibile, e che lo trova pressoché isolato. f. m. “

Nel processo di primo grado, quattro religiosi su cinque (padre Agrippino, padre Carmelo, padre Venanzio e padre Vittorio) furono quindi assolti “per avere agito in stato di necessità” : avevano avuto paura di Azzolina, Salemi, Nicoletti e del Lo Bartolo, e per calmare la loro furia omicida si erano perciò trasformati in semplici intermediari, non di Dio … bensì della mafia. Padre Benigno da Ragusa fu invece prosciolto in istruttoria - per insufficienza di prove - dall’accusa di immoralità, per la sua “particolare vicinanza ed amicizia con Pasqualina Tasca”. Tale assoluzione fu dovuta ad una considerazione di carattere squisitamente giuridica e alla quale si appellò il suo difensore, perché non si poté ben accertare se i luoghi sacri dove avvenivano i loro convegni amorosi, fossero o meno “aperti al pubblico”, ritenendo che il sacerdote francescano “aveva preso tutte le precauzioni possibili”, se non altro per non dare eccessivo scandalo, come a voler dire : “occhio non vede, cuore non duole”, o meglio “fate quello che vi pare, basta che non vi facciate vedere troppo in giro : chissà cosa potrebbe pensare, la gente …” Ma anche questo proscioglimento istruttorio fu aspramente criticato dal Pubblico Ministero, il quale definì “nauseabonda” la copiosa corrispondenza epistolare svoltasi tra il padre francescano e la sua amante … e che si protraeva sin dal 1952! E’ da tenere comunque presente che padre Benigno fu successivamente ridotto allo stato laicale, e che le autorità ecclesiastiche dell’epoca avevano punito l’unico frate che era stato prosciolto dalle altre tremende accuse, mentre avevano riconosciuta la liceità di comportamento degli altri quattro confratelli rinviati a giudizio, dato che essi conservarono intatte tutte le prerogative proprie della loro condizione sacerdotale, tra le quali quella di celebrare la santa Messa ogni mattina (anche in carcere), di recitare le preghiere, indossare il saio francescano ( la veste che fu tanto cara a san Francesco), confessare, amministrare la santa Comunione e di benedire, pur essendo colpiti e detenuti nel carcere, prima di Caltanissetta ed in seguito in quello di Messina. La decadenza morale e spirituale espressa dai frati cappuccini di Mazzarino, purtroppo si riscontrava anche al vertice dell’Ordine, soprattutto nell’atteggiamento del Generale e del Definitore dei Cappuccini nel condurre la difesa degli imputati di così gravi reati, e i protagonisti infatti di tale difesa e di solidarietà a nome dell’Ordine con i “frati a lupara” di Mazzarino, furono il Generale Padre Clemente da Milwaukee ed il Definitore Generale Padre Bonaventura da Pavullo, precisamente gli stessi responsabili della seconda persecuzione contro Padre Pio da Pietrelcina, della sacrilega vicenda dello “spionaggio” con i registratori, e con gli “eminentissimi” organizzatori delle calunnie contro il santo monaco stigmatizzato pietrelcinese, come è ampiamente provato dalla lettera del luglio del 1960 a firma del Definitore Generale, che documenta l’approvazione e la benedizione del Generale per i frati di Foggia e di San Giovanni Rotondo, nonché per il loro irresponsabile tentativo nell’appropriazione del denaro che giungeva al fraticello nel Gargano, dei registratori con cui si spiavano i suoi colloqui, anche e soprattutto nel suo confessionale, per non parlare dei faldoni e dei raccoglitori pieni zeppi di false testimonianze contro Padre Pio e le sue opere terrene : Padre Amedeo da San Giovanni Rotondo, padre Emilio da Matrice, padre Giustino da Lecce, padre Daniele da Roma, frate Masseo, don Umberto Terenzi (potente parroco del Divino Amore di Roma), tutti impuniti e protetti dai loro Superiori, così come lo furono padre Agrippino, padre Carmelo, padre Venanzio, padre Vittorio e padre Benigno.
Il Generale dei Cappuccini (Padre Clemente da Milwaukee) appena una settimana dopo la sentenza di primo grado, volle far credere che questa assoluzione era stata dettata da una speciale grazia del Sacro Cuore, e questo è il testo integrale della sua lettera, datata 29 giugno 1962 :
“A conclusione del processo dei frati di Mazzarino : Lettera del Rev.mo P. Clemente da Milwaukee - Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini – Carissimi figli, finalmente si è concluso il processo a carico dei nostri confratelli di Mazzarino, e si è concluso con la loro piena assoluzione e la dichiarazione della loro innocenza. Nel ricevere questa notizia non possiamo fare a meno di condividere questa gioia con tutto l’Ordine. Insieme ci siamo addolorati ed abbiamo sofferto, insieme vogliamo rallegrarci e dire con esultanza : “sia ringraziato Dio!” Prima di tutto ci congratuliamo con i Fratelli, la cui liberazione tanto ci rallegra, e li ringraziamo per aver generosamente portato questa gravissima croce per lo spazio di quasi tre anni, durante i quali rimasero in prigione, in attesa che si concludesse il processo. Per tutto questo periodo fu loro permesso di celebrare e di portare l’abito religioso e la loro condotta, davvero degna di un religioso e di un sacerdote, fu di esempio per tutti. Senza dubbio, grandissimo sarà stato il dolore della Provincia siracusana, che vedeva dei suoi figli implicati in quella vicenda. Piaccia Iddio che anche in questa prova si sia avverato il detto di S. Paolo : ”Sappiamo che per coloro che amano Dio, tutto ritorna in bene.”(Rom.7,28). E conceda il Signore che i Frati di quella Provincia, dopo l’amara prova di questa tribolazione, rafforzino il loro attaccamento a Dio, e rinsaldino fra di loro i vincoli di fraterna carità. Porgiamo poi moltissimi ringraziamenti ai Religiosi di tutte le Provincie dell’Ordine le quali, tutte quante coinvolte in un certo modo, hanno dovuto subire non pochi affronti:”Siamo stati fatti ludibrio a tutti i vicini, scherno e zimbello a chi ci sta intorno”(Sal.78,4). Ci è stata spesso necessaria una buona dose di virtù per non rispondere allo stesso tono a coloro che ci rinfacciavano delle colpe e per imitare l’esempio del nostro Salvatore il quale, accusato, niente rispose:”E Gesù taceva”(Matt.26,63). Certamente i nostri Frati parlavano poco con gli uomini di questo affare, ma tanto più ne parlavano con Dio. Noi stessi disponemmo la causa di quei fratelli nel Cuore Sacro di Gesù. Proprio fin da principio la nostra fervida invocazione fu questa:”Cuore di Gesù, confido in Te”. Nel mese di febbraio inviammo una circolare a tutto l’Ordine e dichiarammo questo anno 1962, anno di espiazione consacrato al Sacro Cuore di Gesù. Facendo questo avevamo in mente tutte le necessità dell’Ordine, ma la principale ragione che in quel momento ci spinse, fu il processo contro i nostri frati di Mazzarino, che stava per avere inizio. Siamo perfettamente convinti che mai a nessuna circolare si rispose così generalmente con tanto amore e tanta generosità. In quella occasione prescrivemmo la breve antifona:”Pace, Domine” con il versetto e l’orazione, perché ogni giorno i Frati fossero esortati e spinti a quelle preghiere ed a quei sacrifici volontari, che avrebbero giudicato opportuno intraprendere. La speranza e la fiducia che abbiamo riposto nella loro buona volontà, si è realizzata e ha trovato la sua ricompensa. Tutte le Provincie, tutte le Comunità, tutti i Religiosi che si trovavano nella propria Provincia e nelle Missioni – o altrove – hanno offerto generosi sacrifici al Sacro Cuore di Gesù, tutti si sono uniti a noi per fare quasi una schiera compatta forza al Cielo. Quanto ci consolavano le notizie provenienti dalle varie Provincie dei particolari esercizi di penitenza che in esse si facevano. Si poteva davvero dire che l’Ordine intero si era prostrato in ginocchio e si percuoteva il petto in spirito di penitenza:”Il mio sacrificio a Dio, è lo spirito contrito, un cuore contrito ed affranto. O Dio, tu non disprezzerai!”(Sal.50,18). Ed il Sacro Cuore di Gesù non ci ha deluso. Non si deve infatti attribuire ad un puro caso che la sentenza nel processo contro i nostri Frati sia stata emessa proprio il 22 giugno, giorno nel quale in Italia - in seguito ad una disposizione liturgica assolutamente eccezionale – si celebrava la Festa del Sacro Cuore di Gesù. Molti di noi considerano questa coincidenza come un segno di favore del Sacro Cuore di Gesù. Perciò possiamo fare nostre le parole del salmista e dire :”Sappiamo che qui c’è la Tua mano, che Tu – o Signore – fai tutto questo. Loro maledicano pure, ma Tu benedica : siano confusi quelli che si levano contro di me, ed il Tuo servo si allieti. Siano coperti d’onta quelli che mi accusano, e la confusione li copra come di un manto. Celebrerò il Signore a gran voce e Gli dirò lode in mezzo a gran folla, perché stette alla destra del povero per assolverlo dai suoi giudici”.(Sal. 108,26 e segg.) E possiamo ugualmente cantare con cuore riconoscente :”Celebrate il Signore perché è buono e perché è eterna la Sua Misericordia”(Sal. 106,1).

Da tutto questo capirete facilmente perché vi ringraziamo con tanta sincera effusione. E siamo certi che vi unirete a noi nel ringraziamento al Sacro Cuore di Gesù. Il solo ricordo del beneficio ricevuto ci dovrebbe spingere nel continuare le opere di penitenza, tuttavia è opportuno ricordare che noi abbiamo dichiarato tutto l’anno 1962 come anno di espiazione. E la ragione di questa nostra decisione sta nel fatto che il nostro Ordine deve ancora affrontare molti altri gravi problemi. Il processo contro i frati di Mazzarino è finito, e delle altre difficoltà “non è ancora la fine”(Matt.24,6). L’esito di quel processo ci ispiri sempre maggiore fiducia e aumenti il nostro fervore nello spirito di espiazione e di riparazione. Ci sembrerebbe di poter essere accusati di ingratitudine se non ricordassimo le nostre Religiose del Secondo e Terzo Ordine, ed insieme i Terziari secolari e gli altri nostri amici, che si sono a noi uniti nelle preghiere, per la felice conclusione della causa. Vi preghiamo di manifestare loro – presentandosene l’occasione – tutta la nostra riconoscenza. Infine, carissimi figli nel Signore, a tutti voi in particolare ed in generale e a tutti quelli che, dopo aver partecipato alle nostre ansietà, impartiamo con grande affetto – come segno della nostra riconoscenza – la Serafica Benedizione del nostro Padre S. Francesco. Roma, nella nostra Curia Generale, 29 giugno 1962. Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.”
Nel processo di appello e di secondo grado di giudizio, la situazione però si capovolse : evidentemente, le preghiere e le penitenze richieste dal reverendissimo Padre Clemente da Milwaukee, non ebbero l’effetto desiderato e voluto, ed i frati di Mazzarino - accusati di complicità nelle estorsioni - furono quindi condannati a 13 anni ciascuno di reclusione in carcere, dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Messina, mentre il “gruppo laico” composto da Girolamo Azzolina, Giuseppe Salemi e Filippo Nicoletti , rispettivamente a 30 anni ciascuno per i primi due imputati, e a 14 per il rimanente ultimo malvivente. Nel pronunciamento di questa nuova sentenza (letta dal presidente della Corte, il dottor Tommaso Toraldo), i frati furono giudicati colpevoli del reato di complicità grave e reiterata, facendo così cadere la precedente tesi di aver loro agito non per “stato di necessità”, ma che invece “agirono sapendo che stavano aiutando dei ricattatori”. Infatti, perché padre Agrippino, padre Venanzio e padre Carmelo non sentirono affatto il bisogno di avvertire i loro superiori diretti di quanto stava accadendo nel loro Convento? Perché due di loro (padre Venanzio e padre Agrippino) ricattarono il loro confratello padre Costantino, facendosi da lui stesso consegnare 150 mila lire, così come fecero con il loro superiore (padre Ferdinando, Provinciale di Siracusa), e al quale portarono via 200 mila lire, poi consegnate allo scomparso Carmelo Lo Bartolo? Perché non avvertirono i carabinieri? Perché non misero i ricattati sull’avviso, ma bensì evitarono accuratamente di fare il nome del loro ortolano, dal quale erano stati a loro volta premuti, premurati e “spremuti”? Come è stato possibile che i tre religiosi – che non erano assolutamente né sciocchi e né ingenui – (ndr : padre Carmelo era considerato uno dei più preparati e suadenti predicatori della zona ed uno dei più saggi ed influenti consiglieri, mentre padre Venanzio e padre Agrippino erano entrambi esperti studiosi di diritto e di teologia, tant’è che l’Ordine aveva a loro affidato la cura, l’anima e la educazione dei giovani seminaristi), possano essere stati irretiti da uno zotico, ignorante, analfabeta e sprovveduto ortolano? Domande che certamente non si pose l’Eminentissimo e Reverendissimo Generale dei Cappuccini che - nella lettera del 15 maggio 1964 - definì quali “calunniatori” gli accusatori dei frati cappuccini di Mazzarino, esprimendo nel contempo lo speciale augurio che “il patire dei frati torni a merito dei frati stessi, della Provincia di Siracusa e di tutto l’Ordine dei Cappuccini”. Da notare che ben diverso è invece il linguaggio da lui adoperato nei confronti di Padre Pio da Pietrelcina, perché dalla lettura di questo documento si evince che il giudizio sull’ora finalmente santo monaco stigmatizzato pietrelcinese, era quello di un condannato speciale dalla Santa Sede, sconfessato dall’Ordine intero … a differenza dei frati usurai di Giuffré e di quelli a “lupara” di Mazzarino :
“Analecta Ordinis Fr. Min. Capuccinorum - 15 maggio 1964; Relazione del P. Clemente da Milwaukee, Ministro Generale, sullo stato dell’Ordine Cappuccino, negli anni 1958-1964, letta nel Capitolo Generale : Reverendissimi ed Onorevolissimi Padri, sei anni fa venendo con un mio compagno dal mio viaggio al capitolo Generale, mi fermai nella città di Lourdes, presso il Santuario della Beata Maria Vergine. Era un giorno, mentre alla fine della Messa, inginocchiato ai piedi dell’Altare, recitavo le preghiere prescritte, fissai gli occhi sulla bellissima opera, cioè nell’immagine che ornava la parte antica dell’Altare. In esso era inciso quel passo della Sacra Scrittura, dove il Profeta Elia – dormendo all’ombra di un ginepro – viene svegliato da un angelo e gli viene comandato di mangiare un pane cotto sotto la cenere : ”… poiché – dice – ti resta ancora molto cammino”. Queste parole dell’angelo, tornatemi allora in mente, pervasero l’animo mio e lo riempirono di paura; infatti mi sembrarono quasi un ammonimento ossia un augurio, e ciò risultò vero nelle elezioni del Capitolo Generale. Sei anni nel ministero dell’Ordine Generale sono sempre una via lunga, invece a me è lecito purtroppo affermare, che questi ultimi sei anni della mia vita furono lunghissimi. Non so se a Padre Bernardo da Andermatt quei 24 anni durante i quali resse l’Ordine gli siano sembrati tanto lunghi, quanto a me questi ultimi sei. Credo che a tutti voi sia evidente la ragione di questa cosa; furono gli anni i quali Dio permise che il nostro Ordine fosse afflitto da gravissime tribolazioni. Principali tribolazioni dell’Ordine : 1) L’affare Giuffrè – Tra queste tribolazioni va registrata in primo luogo la lunga assenza del Rev.mo Padre Generale, per l’infame affare di Giuffrè. Invero, per cinque anni su sei rimase assente da Roma, finché fu pregato di lasciare l’incarico. Questa fu la causa per cui in questi sei anni abbiamo fatto visite meno frequenti; infatti – come ben sapete – essendo assente e mancando il Procuratore Generale, non è lecito al Ministro Generale allontanarsi da Roma e stare lontano a lungo. A ciò si aggiunga il fatto che da questa circostanza (Giuffrè) fummo costretti a pagare una enorme somma di denaro. Infatti sebbene sia vero che il pericolo di quell’affare ha assorbito in sé non già tutto l’Ordine, ma alcune provincie singolarmente, tuttavia la Curia Generale ha dovuto pagare i debiti, per la quale cosa avvenne che fummo quasi ridotti in rovina, e al disastro economico. Le Provincie dell’Ordine che avevano contratto meno debiti, pagarono tutto il debito alla Curia, ma quelle Provincie che erano gravate da debiti fortissimi, non vollero pagare il loro debito alla Curia, opponendo che quella riscossione a causa intentata, non era giusta e che, sebbene fosse giusta, pagando, la Provincia non veniva alla pari. Né fecero invece alcun tentativo per risarcire almeno una parte della somma dovutaci. Né mai a noi venne in mente di chiedere una sovvenzione agli altri Ordini Provinciali, per liberarci da questo immenso debito. A causa di tutto questo affare, le nostre possibilità finanziarie sono così diminuite, che non abbiamo potuto aiutare alcune Provincie povere, cosa che avremmo fatto volentieri. Per riconoscere al Rev.mo Padre Mauro ( ndr : da Grizzana) i suoi meriti, dobbiamo confessare che egli ha sopportato tutte queste noie da perfetto religioso, come un santo. E non solo da parte mia ma anche a nome di tutto il “Definitorio” posso assicurare che stimiamo moltissimo Padre Mauro, e lo teniamo nella massima considerazione. 2) Sulla Provincia di Foggia – Con quest’affare Giuffré è legata in qualche modo, se non per se stessa ma senz’altro per l’invidia di uomini malevoli, la questione della nostra Provincia di Foggia. Pertanto se diciamo che quella Provincia e soprattutto il Convento di San Giovanni Rotondo ci ha causato delle difficoltà fuori dal normale, diciamo poco ed invero non esageriamo la realtà e la gonfiamo con le parole. Infatti la questione è così complicata ed intricata che in questo scritto da noi non può minimamente essere chiarita, spiegata e districata. Tanto più per il fatto che siamo sotto vincolo di non divulgare quelle stesse cose che dovrebbero essere dette per comprendere le cose sino in fondo. Sia sufficiente sapere soltanto questo: che noi abbiamo fatto dietro informazione e addirittura per ordine dell’Autorità Ecclesiastica, tutto ciò che riguardava la Provincia tutta e i singoli frati. Ora in quella Provincia è stato costituito un Amministratore Apostolico, e la vicenda riguarda lui. 3) Sui frati di Mazzarino - Durante questi sei anni ci fu un altro evento che suscitò turbamento non minore, la cui fama è stata diffusa in tutti i modi, con parole, con scritti, con fotografie in tutto il mondo, e certamente non a maggior gloria del nostro Ordine : alludiamo al fatto dei nostri frati di Mazzarino.

Tale causa non è stata ancora del tutto definita, infatti i frati nel primo giudizio sono stati assolti, nel secondo condannati, e ora aspettiamo la sentenza del tribunale Supremo, con la quale saranno definitivamente condannati o assolti. Speriamo che prevalgano la verità e la giustizia. Compatiamo e facciamo preghiera per i frati che hanno sofferto tanti e tanto grandi mali, e speriamo che tutto si concluda in bene, che tutte quelle molestie divengano fonte di meriti non solo per gli stessi, ma anche per quelli della Provincia, e per tutto l’Ordine dei cappuccini. Non si può negare che in questa occasione, non solo in Italia ma in tutto il mondo, l’Ordine ha ricevuto un danno non piccolo. Non potremo riparare diversamente questo danno, se non vivendo la nostra vita di Cappuccini così fedelmente, così costantemente da poter accusare di menzogna coloro che durante il tempo dei procedimenti giudiziari, hanno scagliato contro di noi tante accuse e calunnie – quasi strali avvelenati – a da poter far tacere le bocche dei calunniatori. Ed in questo scritto per non sembrare di venire meno al dovere e di cadere nella colpa dell’ingratitudine, dobbiamo ringraziarvi vivamente, e lo facciamo con tutta l’anima per la benevolenza che ci avete sempre dimostrato, durante tutti questi lunghi anni tanto duri e così difficili, e per le preghiere con le quali ci aiutaste : Dio vi ripaghi. E Dio stesso, per la Sua Bontà, si degni di restituire al nostro Ordine la pace e la tranquillità che tutti desideriamo, che tutti con voti supplici chiediamo. Concedi la pace, o Signore, ai nostri giorni. Questa relazione viene comunicata esclusivamente ai componenti del nostro Ordine Cappuccino, e le notizie in essa contenute, non si possono assolutamente divulgare al di fuori dell’Ordine. “
Anche in questo caso le suppliche, le preghiere e le speciali raccomandazioni divine non sortirono l’effetto desiderato, tant’è che – con sentenza della Corte Suprema di Cassazione di Perugia del 4 luglio 1966 ( alle ore 19.45 e dopo quattro ore di Camera di Consiglio) – i frati vennero condannati ad otto anni di carcere ciascuno ( ndr : il Pubblico Ministero ne aveva richiesti 13) e ad entrambi con ben 120 mila lire di multa, mentre a carico degli imputati “laici” che avevano in quegli anni terrorizzato il paese di Mazzarino (Azzolina, Salemi e Nicoletti) rispettivamente a 24 anni e 180.000 lire di multa, 17 anni e sei mesi e 80.000 lire, e 14 anni e 90.000 lire. Il tribunale che emise questa sentenza - definitiva ed inappellabile - era presieduto dal dottor Domenico Forlenza, e la pubblica accusa dal Pubblico Ministero prof. Marino Colacci, il primo nativo di Procida e il secondo di Campobasso, mentre i legali dei frati “a lupara” di Mazzarino erano l’avvocato Zagarelli e Giuffrida, entrambi del foro di Messina. I giudici popolari scelti per questo processo erano conosciuti e stimati abitanti del capoluogo umbro, persone per le quali “mafia” e “lupara” rappresentavano un mondo lontano : Mario Innamorati, un insegnante di scuola media e fratello di un noto esponente comunista di Perugia; Antonio Soldoni (geometra); Margherita Franciosini; Francesco Crisanti; Maria Luisa Lepri e Graziella Staccioli, anch’essi tutti insegnanti. Durante una fase del processo, il Pubblico Ministero aveva domandato a padre Agrippino: ”Padre, per lei … cos’è la mafia?” “Figliolo, confesso che non lo so” – gli aveva risposto il cappuccino. “Padre Venanzio, allora me lo dica lei : che cos’è la mafia?” … ed ebbe questa lungimirante risposta : “La mafia tutela i cittadini dove non arriva la legge … o almeno era così nel passato. Ora la concepisco come una specie di protettorato.”
Forse fu quindi un bene che il processo finale e definitivo sia stato svolto ed effettuato dalla Corte di Cassazione di Perugia, in Umbria, nella terra di san Francesco, il santo che fondò l’Ordine a cui appartenevano i frati oramai definitivamente condannati dalla giustizia terrena degli uomini e di cui dovettero tenerne conto, così come il gruppo dei “laici”. Padre Carmelo invece, “la sinistra figura dell’ottuagenario padre cappuccino” ( così come specificato nella sentenza di Perugia), era nel frattempo deceduto e sarebbe stato giudicato da un altro Tribunale, in un altro luogo e con altra sentenza. L’Umbria era abbastanza distante dalla Sicilia, e Perugia lo era da Messina o da Siracusa come la foresta del Mato Grosso da Rio de Janeiro, anche dal punto di vista sociale ed ideologico : in Umbria con i fucili si andava a caccia di selvaggina, mentre in Sicilia spesso la selvaggina era l’uomo. In Umbria vide la luce l’insegnamento amorevole ed amoroso di san Francesco d’Assisi, mentre in Sicilia l’insegnamento prevalente era quello della paura e dell’omertà, e quando la polizia interrogava il testimone di un delitto, spesso questo rispondeva di non aver visto o sentito nulla.


L’intera storia –ben circostanziata nei fatti e negli avvenimenti – fu raccontata appena qualche anno fa dal giornalista Giorgio Frasca Polara, nel suo libro “Cose di Sicilia e di siciliani”, edito dalla stupenda casa editrice della dottoressa Elvira Sellerio di Palermo … ma Emanuele Brunatto queste “cose” le sapeva e le conosceva già bene, anche se non ha avuto modo di viverne l’epilogo conclusivo, a causa della sua improvvisa e misteriosa morte, avvenuta la notte tra il 9 e il 10 febbraio del 1965 :

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