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Lettera alla Chiesa


Emanuele Brunatto ed il suo fraterno amico Francesco Morcaldi (Podestà di San Giovanni Rotondo), sin dal 1927 si erano dati da fare nel raccogliere una cospicua mole e quantità di documenti, atti ad “illuminare” la Chiesa, per servire la causa della giustizia ecclesiastica, nonché a difendere il loro amato Padre Spirituale dalle tante falsità che venivano gettate sulla sua umile persona e sul suo fecondo apostolato. In quell’anno infatti monsignor Felice Bevilacqua compie la sua Visita Apostolica a San Giovanni Rotondo, e in quella occasione si fece accompagnare - ed aiutare - da Emanuele. Gli interrogatori proseguiranno poi a Napoli, dal 26 marzo al 5 aprile, ed alla fine dell’inquisizione risulteranno gravemente colpevoli : l’arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi; il canonico Giovanni Miscio; il canonico Michele De Nittis; il canonico Domenico Palladino; l’arciprete Giuseppe Prencipe , e qualche altro indegno sacerdote, del Capitolo di San Giovanni Rotondo.
La documentazione della visita apostolica di monsignor Bevilacqua è schiacciante ed imponente, ed accerta storie boccaccesche di comari e di amanti, di ricatti, di soldi, di sacrilegi di ogni tipo, di calunnie e di firme falsificate : documenti, appunti, atti e verbali che il Brunatto ha nel frattempo intelligentemente copiato e fotografato. Molti altri documenti furono in seguito raccolti anche a Roma ( nell’anno successivo e da parte del Brunatto e di Morcaldi ) dove entrambi ebbero modo di alloggiare per un lungo periodo di tempo in via Tibullo n°11, nel quartiere odierno di “Prati”, nelle immediate vicinanze delle principali mura di accesso alla futura Città del Vaticano. I due si trovarono quindi in possesso di una enorme e scottante documentazione, relativa non solo alle vicende del clero locale di San Giovanni Rotondo e della Diocesi di Manfredonia, ma anche e soprattutto su alcune alte personalità della Santa Sede, ed agirono quindi di conseguenza per raggiungere lo scopo che si erano entrambi unicamente prefissati, con solenne giuramento : quello di “illuminare” l’alta gerarchia della Chiesa, ma nel contempo anche i suoi alti consiglieri e le personalità ecclesiastiche che più di altre erano in grado e capaci nell’esercitare una decisiva e salutare azione moralizzatrice. Non avevano alcuna velleità scandalistica, nessun fine meno che retto, solo la decisa volontà nel consentire alla Chiesa di emettere un giudizio in piena coscienza e verità, con la sicura certezza che sarebbe stato certamente positivo, e che non vi sarebbero più stati ostacoli al meraviglioso apostolato del loro amato Padre Spirituale.
Degli avversari conoscevano nomi, cognomi, titoli, onorificenze, cariche, domicilio, personale di servizio, stanze, mobilio, lenzuola … e malefatte. Non solo di quelli residenti in loco, ma anche di chi - nella Curia romana , ingannato o in mala fede - patrocinava i persecutori del Padre, come ad esempio il cardinal Perosi, o come monsignor Camillo Caccia Dominioni ( il “cacciatore di giovinetti”, protetto dall’ala dei cosidetti “milanisti”), alcune alte cariche dell’Ordine dei Gesuiti, monsignor Certo … e molti altri ancora. Tra il Brunatto e il Morcaldi nacque così la decisione di raccogliere tutto quel materiale e raggrupparlo in un volume, a cui venne dato il titolo di “Lettera alla Chiesa”. Il libro, impostato su una documentazione inoppugnabile, era riservato unicamente alle massime autorità della Chiesa di Roma : Il Pontefice, i Cardinali, i Vescovi, le Sacre Congregazioni e gli Ordini religiosi, e fu fatto ricorso al semplice processo di stampa, perché un così elevato numero di copie (1000) attuato con il più costoso metodo fotografico, sarebbe venuto a costare una cifra spropositata ed astronomica, troppo alta e dispendiosa, per le modeste capacità finanziarie di entrambi. Pensarono però di affidare l’edizione ad una sicura tipografia , al di fuori del territorio nazionale, per evitare che ne potesse venir messa in circolazione qualche copia, fornendo così una potente arma di ricatto nelle mani dei nemici della Chiesa, ma principalmente perché in quel periodo si stavano meglio delineando e tracciando gli accordi futuri che sarebbero intercorsi tra lo stato italiano e i vertici vaticani, che sfociarono poi nei “Patti Lateranensi” dell’11 febbraio del 1929.
Il 27 maggio di quell’anno, il canonico-ricattatore Giovanni Miscio di San Giovanni Rotondo, compie una completa ritrattazione scritta delle sue malefatte : “ … è assolutamente destituita di fondamento la circostanza contenuta nella protesta inviata al Cardinale Prefetto della Congregazione del Concilio ( ndr : il cardinale Donato Sbarretti) del 7 giugno 1927, in cui si afferma che l’Arcivescovo Gagliardi si sia trattenuto nel Convento dei Cappuccini per più di una settimana, ed ebbe con ciò l’agio di osservare attentamente con i propri occhi tutto ciò che si svolgeva intorno al Padre Pio, perché da informazioni assunte, mi risulta invece che egli si trattenne nel Convento soltanto poche ore”, facendo così definitivamente cadere la “sicura fonte di informazioni” del Santo Uffizio. Emanuele si aspetta quindi un semplice atto di giustizia nei confronti del suo amato padre Spirituale, e magari una qualche , anche lieve condanna nei confronti dell’indegno arcivescovo, mentitore e spergiuro … ma nulla di tutto ciò accade. Così come nulla accade neppure dopo il primo settembre sempre di quell’anno, data in cui Sua Eminenza monsignor Cornelio Sebastiano Cuccarollo scrive al cardinale monsignor Carlo Perosi una importantissima e feroce lettera di accusa contro l’arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi, nella quale dimostra inoppugnabilmente che quest’ultimo ha fortemente denigrato e pesantemente calunniato Padre Pio, riferendosi all’episodio del 1920, cioè sulla sua presunta visita al Convento di San Giovanni Rotondo.
P. S. : anche il padre Agostino Gemelli ha asserito il falso, nei riguardi della sua visita a San Giovanni Rotondo, sempre del 1920 : “E’ uno spergiuro.” Così lo definisce padre Alessandro da Ripabottoni, a pagina 303 ( oppure pagina 142 delle edizioni successive) del suo libro “Padre Pio da Pietrelcina, un cireneo di tutti” … ma questa è una storia che verrà raccontata in seguito, in una altra e successiva parte di questo sito.
Comunque, nel mese di ottobre del 1929, monsignor Pasquale Gagliardi viene finalmente trasferito a Lemno (conservando peraltro l’onorificenza di “Conte Palatino” nonché di “Assistente al Soglio Pontificio”, e non destituito e privato delle insegne episcopali, come molti erroneamente sostengono) da monsignor Alessandro Macchi (Vescovo di Como), il quale viene nominato Amministratore Apostolico di Manfredonia. Come primo atto commissaria la intera Diocesi, ed inoltre invita esplicitamente Padre Pio a “… non usare l’acqua di colonia che gli regalano le sue bizzocche” (!)
Nel mese di novembre del 1929 - alla vigilia del secondo giubileo sacerdotale di Pio XI - don Orione andò a trovare Emanuele a Roma, invitandolo a rimettere “con una certa urgenza” al Segretario di Stato cardinal Pietro Gasparri, un esemplare del libro, che quest’ultimo desiderava portare a conoscenza del Pontefice. Emanuele pregò quindi un suo amico ( l’ammiraglio conte Carlo Grenet) nel consegnare una copia del volume al potente cardinale, a condizione che fosse stato restituito dopo l’esame del Santo Padre. Il giorno seguente l’ammiraglio fu ricevuto dal cardinale Segretario di Stato, che lesse ed esaminò attentamente il volume, in sua presenza, ma non avvenne nulla di tutto ciò che si sperava dovesse esser intrapreso dalla giustizia ecclesiastica. Allora, sia Morcaldi che Brunatto, entrambi impegnano tutto quello che possedevano monetariamente in quel momento, e “Lettera alla Chiesa” prende finalmente forma e vita.
Il libro fu quindi stampato a Lipsia dalla tipografia “ Spamersche Buchdruckerei”, ma interamente in lingua italiana ; a firma di Francesco Morcaldi ma interamente curato e redatto da Emanuele Brunatto, che non volle assolutamente essere menzionato come co-autore dell’opera, vista la sua particolare vicinanza con il santo frate cappuccino. I lavori tipografici furono seguiti da Giuseppe De Paoli, un gioielliere tedesco residente a Bolzano, fedele di Padre Pio, e del quale entrambi nutrivano una piena ed incondizionata fiducia. A lui affidarono pure il deposito degli stampati, con la promessa che non avrebbe consegnato copia ad alcuno, senza la precisa e preventiva indicazione di entrambi, nonché la certezza che la tipografia avrebbe mantenuto il segreto ed il riserbo più assoluto. I documenti (che nel libro erano stati riprodotti in carattere tipografico di stampa) vennero invece depositati a San Giovanni Rotondo, in un luogo sicuro : la casa della signorina Maria Pyle, devota e fedele del Padre, nonché sicura esecutrice delle disposizioni che Emanuele le aveva attentamente impartito.


Il 6 dicembre del 1929 esce la sentenza della Corte di Appello che condanna il canonico Giovanni Miscio a 18 mesi di carcere, senza peraltro concedergli il beneficio della condizionale, a causa della gravità del reato da lui consumato, e accogliendo così in pieno le richieste avanzate dai legali della parte civile ( n.d.r. : Emanuele Brunatto), gli avvocati Enrico De Nicola e Guido Rocco.
Al canonico, maestro e ricattatore Miscio – a seguito della condanna definitiva – venne tolta la facoltà di confessare … ma solo per breve tempo. Al canonico “sciupa femmine” Domenico Palladino venne tolta la facoltà di celebrare la santa Messa … ma solo per un mese : il suo ministero sacerdotale venne subito reintegrato, potendo così continuare la bella vita e la sua incessante opera di calunnia nei confronti del Padre, sino al 1973. L’arciprete Giuseppe Prencipe fu ritenuto colpevole delle accuse a lui rivolte in base alla Visita Apostolica di monsignor Bevilacqua, ma il cardinale Donato Sbarretti in seguito sospese la sua rimozione, rimettendogli la sua carica sino alla sua morte, avvenuta nel 1950.
Nel 1930 ci furono grandi cambiamenti, anche in Vaticano : il cardinale Pietro Gasparri venne sostituito dalla sua carica di Segretario di Stato pontificio dal cardinale Eugenio Pacelli, e dopo le dimissioni (a 78 anni ) si ritira nei suoi appartamenti sul Colle Oppio, per scrivere le sue memorie; il cardinale Merry del Val si ammala di un tumore allo stomaco: operato immediatamente dal professor Giuseppe Bastianelli – archiatra pontificio – morirà durante l’intervento, e il suo posto venne quindi preso e ricoperto dal cardinale Donato Sbarretti , nemico dichiarato del santo monaco pietrelcinese. Questi avvenimenti accadevano mentre Emanuele era in Francia, per seguire di persona gli affari dei brevetti “Simoni – Zarlatti”, e da Parigi si sposta ad Essen, in Germania, e poi a Berlino, dove la società “Maschinenban” e la “Krupp” trattano con lui l’acquisto e la concessione dei brevetti depositati da Emanuele. Le notizie dall’Italia gli giungono di sfuggita, confusamente, ed Emanuele non sa neppure che il 5 febbraio monsignor Macchi stava addirittura progettando il trasferimento del Padre in Svizzera, in una località segreta, provvedimento che viene subito rinviato dal Santo Uffizio “sine die”, per evitare disordini popolari.
In questo clima, la difesa del Padre restò momentaneamente nelle sole mani e sulle sole spalle di Francesco Morcaldi, che nel frattempo era stato costretto dalle dimissioni dall’incarico di Podestà di San Giovanni Rotondo, in base ed a causa di una serie di azioni intraprese e sviluppatesi da parte delle autorità ecclesiastiche diocesane, queste ultime in combutta con alcuni esponenti politici del paese, che mal digerivano le sue lunghe assenze (a Roma), per perorare la causa del Padre. La causa e il pretesto che determinò tale evento fu un articolo apparso nel quotidiano “ Resto del Carlino”, in cui si deplorava l’episodio occorso a Padre Pio, dopo la morte della madre Giuseppa, nell’abitazione di Maria Pyle, il 3 gennaio del 1929. In questo articolo (a firma di “Francesco Morcaldi, Podestà di San Giovanni Rotondo”) si attaccava aspramente la condotta inumana ed impietosa tenuta dal padre provinciale dei Cappuccini ( n.d.r. : padre Bernardo D’Alpicella) che in quella circostanza dolorosa e luttuosa per il Padre, lo costrinse a lasciare la casa ove era il corpo oramai senza vita della sua madre, per rientrare al Convento, nonostante fuori infuriasse una spaventosa tormenta di neve, ed assecondando così - forse troppo servilmente - gli ordini imposti dalle alte autorità vaticane. Il Morcaldi, oramai dimissionario, manteneva però ancora la carica di Ispettore dei Sindacati Fascisti, nonché quelle precedenti di Centurione della Milizia, Segretario Politico della sezione locale, nonché Vice-federale di Foggia … ma soprattutto di figlio spirituale di Padre Pio da Pietrelcina.

Riporto ora la “Testimonianza” del Cavaliere Francesco Morcaldi del 27 gennaio 1971 e del 14 aprile dello stesso anno, inoltrata per via postale raccomandata a S.E. monsignor Valentino Vailati (Arcivescovo di Manfredonia e Presidente del Tribunale Ecclesiastico per la Causa di Beatificazione di Padre Pio da Pietrelcina) dietro esplicita richiesta di quest’ultimo, in data 23/11/1970 :

“La Lettera alla Chiesa
Avvenivano frattanto cose non gradite alla Santa Sede, e che potevano ostacolare notevolmente i nostri scopi. Il giornalista Del Fante di Bologna, mosso da intendimenti commerciali e di profitto, pubblicò alcuni libri sul Padre Pio, che certamente non furono utili alla nostra causa. Egli aveva frequentato San Giovanni Rotondo, come l’avevano frequentata e la frequentavano elementi a lui devoti. Una sua pubblicazione ci mise in sospetto che egli fosse a conoscenza dell’esistenza dei documenti. Poiché questi erano depositati in casa Pyle – contenuti in una semplice valigia aperta – tememmo per la loro sicurezza. Convincemmo facilmente la signorina e, depositati in una cassetta di zinco per assicurarne la conservazione, li murai aiutato dall’amico Antonio Massa, nella casa delle signorine Serritelli in una botola scavata nel pavimento, dopo averne redatto l’elenco controfirmato, ed aver steso un impegno scritto, firmato da tutte le sorelle, che proibiva la consegna dei documenti stessi a chicchessia, salvo contro nostra autorizzazione. Altre ragioni, assai gravi, m’avevano pure mosso alla salvaguardia dei documenti. Una lettera pervenutami dal Brunatto mi informò che egli, in un colloquio avuto col Direttore della P. S. Bocchini, aveva esposto la situazione di San Giovanni Rotondo, e mostrata la documentazione da lui raccolta. Il Bocchini, attentissimo alle sue parole, aveva assicurato che ne avrebbe riferito al Capo del Governo, riservandosi di riconvocare il Brunatto. L’iniziativa mi parve per lo meno imprudente, poiché essa poteva aggravare le tensioni già esistenti tra la Santa Sede e lo Stato Fascista ( vi erano state aggressioni alle organizzazioni Cattoliche, e già si discuteva circa l’applicazione dei Patti del Laterano) o , peggio ancora, fornire i mezzi al Governo per una pressione ricattatoria. Preoccupatissimo, informai della situazione il Padre Pio. Riuscii a convincerlo della rettitudine delle nostre intenzioni, e del mio sincero timore che l’imprudenza del Brunatto compromettesse il nostro scopo, e creasse difficoltà alla Santa Sede. Ma in quanto ai documenti fu irremovibile : bisognava recuperarli. Se proprio necessario conservarli ( era il nostro alibi alle copie della pubblicazione già consegnata alle Autorità), e dovevano quindi essere custoditi in un luogo assolutamente sicuro. Fu Padre Pio stesso ad indicarmi il nome delle Serritelli, ed impormi che il deposito doveva restare a tutti ignoto. Bisognava evitare che i documenti cadessero nelle mani della questura: alla Chiesa bisognava affidarli, alla Chiesa! alla Chiesa !! E mi gridò con forza :”Satanasso, buttati ai piedi della Chiesa !” Ho già detto come seguissi gli ordini – più che consigli – del Padre. La Pyle, degnissima persona ma ingenua e semplicissima, non era infatti la più adatta ad un compito di tanta importanza. Il patto con le Serritelli fu firmato da tutte le sorelle (due di esse sono ora scomparse). Al deposito aggiunsi, più tardi, altri documenti che direttamente mi concernevano : il libro era stato firmato da me, la tipografia aveva preteso che mi accollassi tutte le responsabilità della pubblicazione, e i documenti erano quindi di vitale importanza, perché l’unica prova della mia onorabilità.
Brunatto a Parigi
A Roma, ove col Brunatto abitavo in via Tibullo n° 11 , m’avvidi della duplice vita di lui, che alternava periodi di alta spiritualità a paurosi sbandamenti morali, dai quali derivavano tra noi grandi dissensi.(n.d.r. : in effetti, l’appartamento di via Tibullo era fortemente ed assiduamente frequentato dalle numerose amanti di Emanuele, sparse in tutta Italia, come nel caso di Elena, figlia della ex cuoca del principe Borghese, o di una certa dattilografa tedesca e - per ultima, ma non meno assidua - una vecchia fiamma della sua vita passata : Giulietta, che da Firenze spesso si recava nella capitale, ospite di Emanuele.) D’altra parte egli venne a sentirsi troppo esposto. Era lui che aveva individuato la corrente romana ostile al Padre; andava proseguendo le sue investigazioni, quando venne convocato dalla questura e diffidato dal molestare personalità vaticane ( in concreto, si alludeva alle sue inchieste su mons. Caccia Dominioni, mons. De Samper, mons. Benigni; e inoltre alla querela da lui sporta per diffamazione avverso il conte Aluffi, personalità collegata al giornalista De Felice del Corriere d’Italia, difeso dall’avvocato Bersani, e anche guardia nobile pontificia). Egli s’era procurato l’interesse del Commendatore Bocchini, Direttore generale della pubblica sicurezza, che lo riceveva confidenzialmente, ma al commissariato di Borgo si sapeva tutto di lui, e si conoscevano i fatti di San Giovanni Rotondo ( la causa contro Miscio, ecc …). Brunatto ebbe allora l’impressione che contro di lui si progettassero provvedimenti di polizia.
Da qualche tempo gli era stato proposto di occuparsi a Parigi del collocamento del noto brevetto Zarlatti, il cui gruppo era composto dallo Zarlatti stesso, dal conte Alessandroni, dall’avvocato Angelini Rota, dall’ingegnere Simoni. Accettò, ed emigrò, fissando la sua nuova sede a Parigi.
Resto solo, a Roma
La difesa del Padre restò, a Roma, sulle mie braccia. Stabilii la mia linea di azione : zelare la libertà ministeriale del Padre, dissipando le continue accuse di finzione di stimmate e di ribellione all’autorità ecclesiastica, ma ai piedi della Chiesa, e fuori d’ogni scandalismo e di mire profittantistiche. Sapevo che la cosa non era facile, tanto più che veniva disposto in quel tempo la soppressione del “Collegetto Serafico” di San Giovanni Rotondo, e si diceva che presto altri provvedimenti – contro il Padre – stavano per essere presi.
Celesti conforti
La Provvidenza non permise che restassi solo e scoraggiato nella battaglia. Anime sante mi confortarono, indicandomi la strada d’oro da seguire : Ai piedi della Chiesa ! Ricorderò i nomi di Don Orione, del Camillino padre Giuseppe Bini, di Maria Aristea Bernacchia ( santa creatura martoriata dalle infermità e dalle tribolazioni, angelo dei sofferenti), padre Saverio dei Carmelitani Scalzi, il dottor Giovanni Hopfen impiegato della FAO, monsignor Farina Vescovo di Foggia, monsignor Valbonesi canonico di San Pietro, monsignor Cornelio Sebastiano Cuccarollo vescovo di Bovino ed altri molti, come i fedeli di San Giovanni, e la Divina Provvidenza.
Colpo di fulmine : segregazione del Padre Pio (13-7-1931)
I nemici non avevano frattanto ceduto le armi. Il loro contrattacco fu probabilmente risolutivo per il grave provvedimento preso dalla Santa Chiesa il 13-7-1931, nei confronti del Padre. Non si pensò più ad allontanarlo da San Giovanni Rotondo, vista le pericolosità della cosa. Gli si proibì invece di avere qualsiasi contatto con i fedeli, anche solo per corrispondenza, anche nel Ministero della Confessione, anche solo per la celebrazione della Santa Messa, e il Convento venne posto alle dipendenze dirette della Sacra Congregazione del Santo Uffizio. Sicché da allora il Padre visse in effetti da recluso, nell’interno del Monastero. I provvedimenti restrittivi lo costrinsero a vivere nel piano superiore della casa, celebrando il Divino Sacrificio nella cappella esistente lungo il corridoio all’interno del Convento, detta Sacellum. Non mancarono interventi a difesa del Padre. Ricordo qui quelli di Don Orione, al quale venne consegnata una copia di Lettera alla Chiesa, perché la consegnasse al cardinal Gasparri; questi lo assicurò d’averne parlato col Sommo Pontefice, e che questi gli aveva assicurato giustizia. Don Orione, anzi, ne dette comunicazione anche a Brunatto ( mi pare qui dover sottolineare che però nella relazione del Brunatto, non ho veduto menzionato il provvedimento di segregazione …), quello dell’ammiraglio Grenet, come anche quelli di altre personalità vaticane.
Mi decido a mettere tutto nelle mani della Chiesa
Il Padre Bini, a sua volta, mi consigliò di rivolgermi, magari in confessione, al padre Saverio dei Carmelitani Scalzi, confessore del cardinale Carlo Raffaello Rossi, Prefetto della Sacra Congregazione della Concistoriale. Volli consigliarmi col Padre, il quale fu ben felice che tutta la faccenda fosse posta nelle mani della Chiesa. Nella corrispondenza intercorsa, i libri venivano designati col nome di “Candelabri”. Presi allora contatto col padre Saverio, al quale consegnai - perché li inoltrasse al cardinale – una copia di Lettera alla Chiesa e una copia dello studio del dottor Festa “ Dai misteri della Scienza alla luce della Fede”. Spiegai al padre Saverio quel che ci eravamo proposti : essere fedeli alla Chiesa, ma volerla illuminare, disposti sempre a dare anche la nostra vita, per servirla. Il cardinale Rossi mi invitò a colloquio nella sua privata abitazione. Era già al corrente dell’intera faccenda. Mi chiese la prova della nostra fedeltà, e che GLI CONSEGNASSIMO TUTTO, libri, documenti, clichets, … la Chiesa avrebbe fatto giustizia. I libri vennero consegnati a Monaco di Baviera - ove già si trovavano - a quella stessa Nunziatura. Vi provvide, dietro mie istruzioni, Giuseppe De Paoli, che li mise nelle mani dello stesso Nunzio, il quale li rimise direttamente al Pontefice, tramite la valigia diplomatica. Nella lettera al De Paoli (inviata presso la famiglia Lang, Theresienstrass 53/11 – Munchen – Baviera, del 15-10-1931 e rimettendogli di tasca mia il denaro necessario), lo pregavo di eseguire la consegna, trarne la ricevuta, e consegnare anche i clichets che la casa Schencher ( spedizionieri di Monaco) deteneva, e a me indirizzata da Lipsia. I documenti vennero invece da me consegnati personalmente, il 19 ottobre del 1931, nella Chiesa di San Pancrazio in Roma, al padre Saverio, presente il padre Bini. Mancava, a quel che sapessi, una copia della Lettera alla Chiesa, che si trovava a Parigi,nelle mani del Brunatto. Me la fece avere Giovanni Hopfen, recatosi appositamente a Parigi per ritirarla, e la consegnai. In cambio della consegna, il padre Carmelo mi inviò una lettera nella quale mi dava ricevuta di quanto consegnato, e mi assicurava che tutto era pervenuto alla Sede Apostolica, la quale ne era altamente compiaciuta, e che il Sommo Pontefice inviava la sua benedizione. Mi venne altresì assicurata l’imminente liberazione del Padre …”
Ma la liberazione del Padre ritarda, e Brunatto - ritornato in Italia e venuto a sapere tutto - scatena un vero e proprio putiferio, apostrofando pesantemente l’intero entourage a cui aveva consegnato l’intero materiale, oramai forse definitivamente perduto.
Da una annotazione di Francesco Morcaldi : “… siamo nell’aprile del 1932. Rientra dall’estero Emanuele e viene a conoscenza che avevo tutto preso e tutto consegnato. Succede il finimondo. Quelli di S. G. Rotondo mi chiamano traditore e venduto. Riesco a difendermi sostenendo che il Padre sarebbe stato liberato. Macché! Vado dal cardinal Rossi il quale mi chiede se è possibile che nella tipografia vi siano rimaste copie del libro. Lo escludo. Torno ad invocare la promessa liberazione del Padre …”

Emanuele ritorna quindi a Parigi, nel mese di maggio del 1932, e l’anno successivo rabbiosamente decide di continuare - da solo - la sua battaglia scrivendo un nuovo e ancor più sconvolgente libro-denuncia, “Gli Anticristi nella Chiesa di Cristo” con il nome fittizio di John Willougby , la cui presentazione potete leggere - nella parte corrispondente e ad esso dedicata - in questo sito.

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