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GLI ANTICRISTI NELLA CHIESA DI CRISTO

Premessa agli “AntiCristi nella Chiesa di Cristo”


Per interpretare bene la storia di questo esplosivo e sconvolgente atto di accusa, in alcune parti debitamente censurato con il pieno accordo dell’ ”Associazione Emanuele Brunatto – primo figlio spirituale di san Padre Pio da Pietrelcina”, detentrice dell’opera completa ( firmato da Emanuele con lo pseudonimo di John Willougby, fantasioso capitano in congedo di 35 anni, dell’Armata inglese delle Indie) bisogna ritornare un momento indietro, alla parte corrispondente, succintamente spiegata nella “storia” di questo sito, per completarla.
L’episodio del 3 Dicembre del 1929 (ndr : la pretesa dell’ Amministratore Apostolico di Manfredonia, Monsignor Alessandro Macchi, accompagnato proprio dal personaggio meno indicato, l’arciprete Prencipe) della consegna immediata di Padre Pio per portarlo a Roma, esercitò una influenza decisiva sull’intero e agguerrito apparato difensivo del santo monaco stimmatizzato pietrelcinese : “… si lasciasse in pace Padre Pio” dirà infatti il Prefetto di Foggia. Anche Morcaldi e Brunatto pretendevano– da molto tempo – che il loro amato Padre spirituale venisse lasciato finalmente in pace, altrimenti erano pronti a diffondere le mille copie di “Lettera alla Chiesa”, che erano già stampate e che preoccupano non poco le alte gerarchie vaticane di quei tempestosi anni. Di questo libro non si temeva tanto il “caso Padre Pio” – di cui si tratta nella prima parte – quanto e soprattutto la seconda parte, che contiene tutt’ora fatti e fattacci, sconosciuti ai più. La Santa Sede aveva la necessità assoluta di ‘catturare’ tutte le copie della scottante pubblicazione, edita a nome di Francesco Morcaldi ma interamente redatta da Emanuele, nonché i documenti che la avallavano, chiamati dai due con il nome in codice di “i candelabri”. Per ottenere il tutto si imprigiona Padre Pio, e tale ordine arriva a San Giovanni Rotondo, il 9 Giugno 1931.
Di quale colpa è accusato Padre Pio ? Non si conosce ancora oggi. Che male ha fatto ? Nessuno lo ha ancora detto o scritto. Padre Enrico Rosa ( direttore di “Civiltà Cattolica” di quegli anni) in una sua lettera del 12 Dicembre 1928 accenna però ad un non precisato “esame giuridico”, ad un “processo gravissimo”. La condanna deve essere eseguita ma non se ne conosce la sentenza. Il Santo Uffizio ( non dimentichiamo che da un anno ricopriva l’incarico di Segretario il cardinale Sbarretti), imprigionando Padre Pio sa di trafiggere il cuore di quest’ultimo, le speranze di Emanuele e la sensibilità di Morcaldi : gli interessa proprio questo ultimo scopo, ed è su di esso che può giocare le sue crudeli carte, per ottenere ciò che gli preme.
Emanuele è in Francia e le notizie dall’Italia le riceve ovattate e di rimbalzo. Roma lo sa ben lontano da San Giovanni Rotondo e lo immagina distratto dai suoi tanti interessi mondani, e agli eminentissimi strateghi della curia vaticana sembra quindi questo il momento più opportuno, logico, adatto e propizio per intavolare trattative segrete con il Morcaldi e – se possibile – tendergli un tranello. Viene quindi sancito un patto : la consegna delle copie e dei documenti di “Lettera alla Chiesa”, in cambio della liberazione di Padre Pio, e il prezzo di tale “riscatto” deve essere un atto di sottomissione totale da parte del Podestà di San Giovanni Rotondo.
A trattare sono da una parte il cardinale Rossi ( Segretario della Concistoriale ) e dall’altra il cavaliere Morcaldi, ma la trattativa è impari, tant’è che quest’ultimo “abbocca” - come in seguito gli rimprovererà Brunatto - e alla fine di Ottobre del 1931 consegnerà casse e casse di documenti, ricevendo in cambio solamente alcune benedizioni apostoliche e due reliquie ( una di santa Teresa e una di san Camillo de Lellis), da parte del cardinale Rossi, ma non riceve quello che gli era stato invece promesso : la reintegrazione di Padre Pio.

Però il Morcaldi ancora non lo sa, anzi, crede nel contrario. E’ convinto del successo dell’intera operazione, ed è esultante. Passano i giorni e passano i mesi. Morcaldi si ostina e non sospetta ancora di essere stato imbrogliato, pensa a possibili ritardi burocratici, ma intanto attende inutilmente. Soffre in silenzio nel constatare di persona che Padre Pio è ancora prigioniero, e i suoi “perché?”, i suoi “ a quando?” sono interrogativi senza risposta.
La risposta gliela darà Emanuele, più scaltro e smaliziato, quando piomberà furente in Italia, nel 1932. Strepita e minaccia, usa parole grosse, accusa tutti, fa il “diavolo a quattro”, come si suole dire, e per placarlo un poco Padre Pio lo rispedisce in Francia, nel continuare a seguire l’ affare “Zarlatti”. Ma “ il francese” è tutt’altro che rassegnato, e cova la sua rivincita.
Intanto al cardinale Rossi sorgono dubbi sulla totalità dei documenti recuperati e teme che qualche dossier possa ancora essere pericolosamente in circolazione. E’ perplesso ed ansioso alla sola idea, e manda di nuovo a chiamare il Morcaldi il 3 Luglio 1932, per interrogarlo ulteriormente. Il Podestà è imbarazzato, incerto, confuso, e le sue risposte sono incomplete e reticenti. Brunatto intanto, a Parigi, sta riprendendo in mano le redini della vicenda, e difatti il 18 Agosto esordisce con un ultimatum al cardinale Rossi : “ Ultimo Appello”, lo definisce elegantemente. Contemporaneamente rimescola carte, riapre vecchi cassetti, riordina le idee, rilegge i “candelabri” e i “papielli” che si è riportato dall’Italia, cerca nuovi e coraggiosi amici e in tre mesi è di nuovo pronto: lo comunica per iscritto al “caro Totò” ( Antonio Massa) il 21 Novembre 1932. Ora si invertono le parti : è Brunatto che ha il coltello dalla parte del manico, e può perciò pretendere che vengano rispettati i patti che il cardinale Rossi prese con il Morcaldi, nell’Ottobre del 1931. E minaccia : “ Se non liberate Padre Pio per la Pasqua di Resurrezione, pubblico e distribuisco.” Ha già preparato un nuovo libro dal titolo eloquente : “Gli Anticristi nella Chiesa di Cristo”, ed è molto più “pesante” del precedente, oramai quasi interamente nelle capienti mani vaticane. Nella Santa Sede scoppia il panico, ma anche la ferma volontà di non arrendersi, e viene perciò tentata una ultima e degradante carta : si cerca ancora una volta di usare Padre Pio contro se stesso, con l’arma dell’ “obbedienza”, e si costringe quindi Padre Pio ad intervenire presso Emanuele, per tentare di bloccarlo in tempo. Il 14 Marzo 1933 si precipitano a San Giovanni Rotondo monsignor Luca Pasetto ( vescovo cappuccino) e monsignor Felice Bevilacqua ( l’autore della Visita Apostolica del 1927), in missione coperta da segreto ecclesiastico: il primo ha l’autorità gerarchica, il secondo conosce bene i fatti.
Su quell’incontro si dilunga padre Alessandro da Ripabottoni nel suo libro “Padre Pio, un Cireneo per tutti”, riportando il diario del Superiore del Convento di quegli anni, padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi. Ma non riferisce però sulla parte più interessante del colloquio, e quando i due ecclesiastici fanno notare a Padre Pio il grave nocumento che potrebbe derivare alla Chiesa di Roma dalla divulgazione del libro di Brunatto, il cappuccino umilmente replica che la Chiesa ha un’arma formidabile per neutralizzare lo scandalo : smentire gli episodi che ne sono alle origini. Monsignor Bevilacqua è sconcertato, ma con grande dolore ed in lacrime è costretto ad ammettere che – purtroppo – quegli episodi sono veri. L’urgenza è però quella di non darli in pasto all’opinione pubblica, e ancora una volta si fa appello alla “senso di responsabilità e all’obbedienza ” di Padre Pio, alla sua fedeltà alla Chiesa. Deve perciò assolutamente scrivere a Emanuele e dissuaderlo dall’agire. Solo lui lo può fare, e Padre Pio – per obbedienza – ci prova: il 28 Marzo prende carta e penna e scrive a Parigi. La lettera viene imbucata a Foggia il 31 di quel mese, ed Emanuele gli risponde il 4 di Aprile, dello stesso anno :


“San Giovanni Rotondo, 14-15 marzo 1933 (1)
Caro Emmanuele, la grazia del Signore sia sempre teco.
Ti scrivo la presente per esternarti la mia sorpresa ed il mio dolore nel sentire che vuoi dare alle stampe ciò che assolutamente non deve essere stampato non solo, ma che nessun essere umano deve conoscere. Ed il mio dolore aumenta quando penso che tu minacci di fare ciò se il sottoscritto non viene subito riabilitato. Ma io assolutamente non voglio ottenere la mia liberazione o riabilitazione con atti che ripugnano, che fanno arrossire il più volgare delinquente .Emmanuele, mi vuoi davvero bene? Ed allora tu devi almeno per amor mio desistere da tale proposito e non pensarvi mai più. Anzi sono a pregarti e a scongiurarti di disfarti di tutta codesta robaccia,consegnando subito i documenti che tieni.(…)
E poi devo dirti in coscienza che non posso assolutamente permettere che tu mi difenda o cerchi di liberare col gettare fango , e quale fango, in faccia a persone che io, tu e tutti abbiamo un sacrosanto dovere di rispettare.(…) Tu con la tua malaugurata stampa di detto libro, oltre a tutto il male di cui sarai cagione, verrai a peggiorare certamente le condizioni di tutti coloro che tu vuoi difendere.(…) Si bruci e si consegni quanto prima a chi di dovere il tutto che vuoi stampare.
Nella speranza che vorrai ascoltarmi, ti benedico con tutta l’effusione del cuore.

Aff.mo in Gesù e nel padre san Francesco.
F.Pio da Pietrelcina, minore cappuccino.”


(1) la lettera fu scritta da Padre Pio dietro esplicita richiesta dei Visitatori mons.Luca Pasetto e mons. Felice Bevilacqua, che giunsero a S.G.Rotondo il 14 marzo 1933. Quindi la lettera risale al 14-15 di quel mese. Fu datata 28 marzo 1933 e spedita il 31 da Foggia, dalla Casa Provincializia.

da : Epistolario di Padre Pio da Pietrelcina - libro IV° - terza edizione (1998)
edizioni “Padre Pio da Pietrelcina” Convento S.M. delle Grazie 7103 S.G.Rotondo
pagg 740-741-742


Questa volta Emanuele gli disobbedisce, e la sua risposta è un vero e proprio capolavoro di diplomazia e di malizia, ma al tempo stesso di ferma determinazione nell’andare “ sino in fondo”, perché la causa è quella di difendere un Giusto, e non abdicherà :

“Veneratissimo e Amatissimo Padre,
ho ricevuto la sua lettera datata 28 marzo da San Giovanni Rotondo e spedita il 31 da Foggia, in una busta che porta il mio indirizzo battuto dalla macchina della Casa Provincializia.
Grande è la mia meraviglia !
Iddio sa quanto ho sospirato inutilmente, per anni, un suo scritto ! Ma ora ne debbo dedurre che, se Ella mi ha scritto direttamente, malgrado il noto e crudele divieto, lo ha fatto perché gliel’hanno ordinato. E’ questo che è cagione di ancor più grande meraviglia.
Se tali ordini provengono dalla Casa Generalizia, vi è davvero da restare edificati che il Generale dei Cappuccini, anziché far valere i suoi diritti di Padre contro i persecutori del proprio figlio innocente, si associ alle spie per consegnare la sua testa nelle mani del carnefice, mentre il suo primo dovere è di difenderlo a costo della vita.
Io non esito a qualificare sacrilega una tale azione, e per di più inutile, poiché se si vuole il nostro silenzio non vale tentare di ricattarci, nel nostro amore e nella nostra venerazione per Lei, non altrimenti che invano si sono fatte risuonare alle nostre orecchie ogni sorta di ridicole minacce.
Il prezzo del nostro silenzio, il prezzo del libro è noto : la liberazione del Giusto e l’allontanamento dei colpevoli.
A questo atto di giustizia vi è un solo impedimento : il diabolico orgoglio dei giudici.
Emanuele - 4 aprile 1933”.

Nel frattempo anche monsignor Bevilacqua aveva scritto a Parigi, e sappiamo da Brunatto che era una “lettera minacciosa”, ma non sono certo le pressioni di un monsignore che lo faranno desistere, anzi per lui rappresentano una riprova che la strada al successo si sta spianando, finalmente, con le cattive, visto che non sono bastate le buone. Brunatto perciò risponde a monsignor Bevilacqua, insistendo sulla data della liberazione : “Padre Pio deve essere liberato per Pasqua”.
Intanto stanno circolando alcune copie della prima edizione del libro del Festa, e non è detto che sia stata proprio la “Sintesi” apparsa in questa prima edizione a far decidere il Ministro Generale a stilare la “Supplica” al Santo Uffizio. Non si conosce l’esatto tenore di quest’ultima, ma in ogni caso il risultato ottenuto è una generica “Benevolenza” del Supremo Tribunale Ecclesiastico. E niente altro.
Passa la Pasqua e non avviene nulla. Brunatto ha pronti i libri e prende ad inviarne qualche copia ad amici, “ in via confidenziale”, tanto per fare sapere che fa sul serio, ed informa anche qualche Nunzio Apostolico. Nel tentativo “in extremis” di fermare lo scandalo che ne sarebbe seguito, viene mobilitato persino don Orione che scrive a Parigi, ma neanche lui – grande amico di Emanuele - ottiene successo. Brunatto prende intanto contatti con la stampa, anche con quella più lontana, e scrivendo ad Antonio Massa,“spara” la notizia:

“Parigi, 27 Luglio 1933
Caro e fedele fratello : Deo gratias! Il Signore ha premiato la tua fedeltà, il tuo attaccamento alla Verità, la tua tenacia. Tu solo, senza alcun interesse, hai passato per mesi, le notti, anche nel più rigido inverno, alla guardia vigilante intorno al nostro caro Padre; tu non hai piegato a destra o a sinistra, ma perseverante hai ascoltato, senza alterarla, la Sua Parola. Nessuno può dire di avere fatto altrettanto, ed io ti ho posto nel mio cuore subito dopo il Padre e sento che ti amerò sempre di più in Cristo. Ti unisco copie delle lettere pervenutemi dai due Festa. Attendo tue notizie prima di rispondere a questi signori come pure a quell’altro di cui ti ho mandato la brillante missiva( ndr : monsignor Bevilacqua).Oggi mi viene comunicato un articolo apparso su “ El Liberal”, che è uno dei più importanti quotidiani di Madrid. In esso vi è un esplicito accenno al Nunzio Apostolico monsignor Tedeschini ed è quindi da prevedersi qualche ripercussione. Per tutto il resto io non faccio alcun movimento in attesa di tue nuove. Ti abbraccio con tutto il cuore e con il più grande amore. – Emanuele -”
Ma oramai è una bomba a scoppio ritardato, perché Padre Pio è già “libero”, da tre giorni. La “Supplica” dei Cappuccini e la strana coincidenza con le amnistie dell’Anno Santo in corso, servono alla Santa Sede per salvare la faccia e la reputazione ,per non dover ammettere che il Padre è stato liberato per timore del peggio, cioè “del pandemonio” che gli “Anticristi nella Chiesa di Cristo” avrebbe scatenato, o meglio “suscitato”, per dirla con le stesse parole di Padre Pio nella sua lettera al Generale dell’Ordine dei Cappuccini del 27 Marzo 1933.
Brunatto ha dunque vinto quella battaglia, costringendo la Santa Sede al rispetto dei patti. “Il cardinale Rossi era pane per i miei denti” confidò poi a Ginevra, nel 1963, mentre stava compilando il materiale del suo “Libro Bianco” da presentare poi all’O. N. U. , in presenza del suo avvocato, un famoso internazionalista (Flavien Lalive), il quale rimase a bocca aperta al racconto della sua sconcertante vicenda.
In quegli anni non si conoscevano ancora i documenti che potevano suffragare questa ricostruzione, né il peso che potevano avere tali indagini, compiute da “ù poliziotto”, a difesa di un santo : san Padre Pio da Pietrelcina.

Buona lettura.

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